Martedì 16 Luglio 2019 | 04:59

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Il caso di Matteo Ciavarella, idrovorista al Consorzio di Bonifica della Capitanata

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Matteo Pio Ciavarella, il lavoratore «scomodo» del Consorzio di bonifica della Capitanata (la Gazzetta se n’è occupata l’8 novembre), si è visto respingere il reclamo dal giudice del lavoro. Dovrà continuare a svolgere le sue mansioni di idrovorista nella postazione dell’ente a Palude Grande (Lesina), dove proprio non vorrebbe andare: «Se torno lì - dice - i miei colleghi mi faranno a pezzi». La storia, infatti, è finita nell’occhio del ciclone della magistratura: dieci dipendenti risultano indagati per assenteismo, a denunciarli proprio Ciavarella. Curiosa vicenda, probabilmente sfuggita di mano al Consorzio. Vediamo perchè facendo un passo indietro: il Consorzio aveva licenziato il lavoratore nel giugno del 2016 a seguito di un’ispezione. Gli ispettori inviati dall’ente a Palude grande avevano, infatti, scoperto la presenza di telecamere di sorveglianza nella zona non autorizzate: Ciavarella fu considerato responsabile di quell’iniziativa e per questo licenziato in tronco. «Tuttavia l’ente dovette ravvedersi qualche mese dopo - riferisce l’avvocato Vincenzo Castello che difende il lavoratore - era stata infatti la Procura a piazzare quelle telecamere e ne reclamava la restituzione».

Così Ciavarella fu richiamato in servizio con tante scuse, ma da quel momento (gennaio 2017) la convivenza all’interno del Consorzio per lui si è fatta «impossibile». «L’ente - racconta Ciavarella - insisteva perchè andassi a Palude grande». Lui però si è sempre opposto anche con metodi plateali: la mattina “prendeva servizio” sulle scale davanti all’ingresso della sede dell’ente in corso Roma e vi rimaneva per le otto ore dell’orario di lavoro. Fino a quando non sono dovuti intervenire i giudici che in primo grado hanno accolto il ricorso del Consorzio: nessun lavoratore può scegliersi il posto di lavoro. Ma Ciavarella ha chiesto subito appello, nel reclamo c’è scritto di aver subìto «un trauma alla spalla sul luogo di lavoro che gli impedisce di guidare e dunque di recarsi al lavoro a Palude grande, zona peraltro non servita da mezzi pubblici». Il lavoratore chiedeva al Consorzio di essere spostato in qualunque altra parte, chiaro che il dolore alla spalla fosse solo un pretesto per sottrarsi all’inferno (prevedibile) che avrebbe trovato a Palude grande. Solo che il Consorzio non l’ha capito. E così il giudice si è attenuto fedelmente agli atti. Del resto la perizia del Ctu parla chiaro: «La sindrome da impinguimento della spalla destra dalla quale il soggetto è affetto - leggiamo nella sentenza - non è incompatibile con la guida di autoveicoli nè tantomeno ne pregiudica la guida in condizioni di sicurezza sino al luogo di lavoro indicato nel ricorso».

In sostanza il consulente tecnico d’ufficio riconosce la sindrome del Ciavarella, ma spiega nel suo accertamento: «Il concetto di ripetitività dei movimenti che contribuiscono certamente all’ulteriore logorìo e consumo delle strutture capsulo-tendinee articolari della spalla ed in definitiva al peggioramento del quadro clinico fino alla possibile eventualità della rottura tendinea, corrisponde ai fisiologici movimenti che vengono effettuati da chiunque per le varie attività della vita quotidiana. Per tale motivo - scrive ancora il Ctu - il perdurare della guida dell’automobile non rappresenterebbe una eventuale “causa” del peggioramento del quadro clinico, bensì una “occasione” non rilevante dal punto di vista medico-legale, senza la quale il peggioramento del quadro clinico comunque si verificherebbe, stante anche la fisiologica usura correlata al tempo e alle varie operatività della vita quotidiana». Ciavarella però non si dà per vinto: «Ho paura che me la facciano pagare se torno a Palude grande - confessa - è così che il mio datore mi ripaga per aver accusato degli assenteisti? Ero sempre io a fare i turni, questa storia va avanti dal 2011. Poi mi sono stufato e sono andato dalla Guardia di finanza». L’inchiesta sui presunti casi di assenteismo va avanti, guidata dai marescialli Giuseppe Panunzio e Daniele Nicolamme, intanto il primo a pagare è chi non ha saputo farsi i fatti suoi.

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