Compagni coltelli: per la foto di una ragazza pubblicata su Instagram, si può perdere la vita a scuola, con un fendente nel fianco, con un delirio di possesso che cancella ogni lucidità. Quello che è accaduto nell’istituto tecnico di La Spezia dimostra per l’ennesima volta quanto siamo lontani dall’ancora discussa educazione sessuo-sentimentale, una necessità impellente finita nelle more delle divisioni politiche. E allora, perché non la chiamiamo educazione ai social?
Chi ha a che fare con il mondo della scuola lo sa: ci sono intere generazioni di adolescenti, ragazzini e ragazzoni capaci di diventare violenti per un like. Mettere un cuore alla ragazza di qualcuno, commentare, ironizzare su quel mondo ristretto che è diventato il mondo immenso di internet, è ormai un’operazione a rischio. Possesso, ossessione, violenza. In queste ore, in cui si sprecano tante parole, anche pubblicando post sugli stessi social che ormai sono il male dell’universo, serve battere il tasto sull’azione. È necessario sostenere immediati progetti educativi, basta con il falso bigottismo, fermiamo i silenzi e l’immobilismo bacchettone di un’umanità che, invece di progredire, si sta arcaicizzando. In un liceo barese, il Socrate, sono appena partiti corsi di educazione sessuale in collaborazione con la Asl e una cosa del genere non dovrebbe nemmeno fare notizia, perché dovrebbe essere la normalità, una visione globale, condivisa, considerata utile e necessaria.
I segnali che vediamo in giro sono inquietanti. Riflettiamo sull’uso del coltello, simbolo sin dall’antichità di forza e di potere. È in questa metafora atavica che si snoda la violenza alla quale stiamo assistendo e - come purtroppo spesso accade - ora stanno venendo fuori tante testimonianze sulla presenza di adolescenti armati in classe: ieri un nuovo episodio a Frosinone e, tanto per tranquillizzare chi stigmatizza la nazionalità del ragazzo killer egiziano, non si tratta mai soltanto di stranieri. Le etnie, i maranza, il bullismo… tutto questo qui non c’entra, perché c’entra solo il vuoto esistenziale, l’incapacità di gestire relazioni, la mancata comprensione della parola libertà.
Quanto è disarmato un ragazzo armato a scuola, quanta assenza relazionale in questa cieca violenza degli affetti? Si pensi solo all’importanza che si dà a un «mi piace», un valore grande quanto la distanza dal reale e il vuoto in cui anneghiamo. Prolifera un'estetica della violenza che sembra legata alla subcultura del gruppo: gli adolescenti s’imbevono di video così come spesso fanno i loro genitori; crescono nella convinzione che la performance e l’esposizione mediatica siano il fulcro del vivere. Non riescono a gestire i conflitti perché, se c’è di mezzo una sconfitta social è ora di farla pagare. E chi può dare lezioni di mediazione? Chi può spegnere questi incendi dell’anima? Etica, valori, sembrano parole di vecchio stampo che è difficile trovare su TikTok, mentre invece sono questi social, insieme ai coltelli, l’unico specchio in cui un ragazzo si riflette. In un mondo che ha smesso di ascoltare e di insegnare.














