Mercoledì 04 Marzo 2026 | 19:20

La guerra non è altrove: l'escalation colpisce Dubai e travolge le famiglie

La guerra non è altrove: l'escalation colpisce Dubai e travolge le famiglie

La guerra non è altrove: l'escalation colpisce Dubai e travolge le famiglie

 
ALESSANDRO PAVONE

Reporter:

ALESSANDRO PAVONE

La guerra non è altrove: l'escalation colpisce Dubai e travolge le famiglie

Il racconto di Alessandro Pavone: «Qualche giorno fa ero arrivato qui per girare un documentario. Poche ore dopo, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è esploso in una nuova, pericolosa escalation. Con la troupe siamo rimasti bloccati»

Mercoledì 04 Marzo 2026, 16:25

Di solito, nell’applicazione che utilizzo per monitorare i conflitti in Medio Oriente, compaiono sempre gli stessi nomi: Israele, Libano, Siria... È una mappa che conosco bene. Da quindici anni lavoro come direttore della fotografia e reporter in zone di guerra; ho vissuto in Afghanistan, raccontato l’Iraq, seguito la Siria negli anni più bui, documentato l’ascesa e la caduta dell’ISIS, e più recentemente la guerra in Ucraina e il conflitto arabo-palestinese. Israele è un Paese in cui torno spesso per lavoro.

Qualche giorno fa ero arrivato qui per girare un documentario. Poche ore dopo, il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran è esploso in una nuova, pericolosa escalation. Con la troupe siamo rimasti bloccati: spostamenti limitati, rifugi, sirene. Situazioni già viste, già raccontate. Fa parte del mestiere. Poi, scorrendo gli aggiornamenti sull’app, tra i bollettini è comparso un nome che non avrei mai pensato di leggere in quel contesto: Dubai. Palm Jumeirah. Casa mia. Ho avuto un sussulto. Ho riletto più volte per assicurarmi di non aver frainteso.

Anche gli Emirati Arabi Uniti avevano iniziato a subire attacchi da parte dell’Iran. Ma non avrei mai immaginato che il quartiere dove vivo con la mia famiglia potesse diventare un teatro di guerra. Ho chiamato subito mia moglie. La voce era tesa ma lucida. Un hotel a poche centinaia di metri da casa nostra era stato colpito da un drone iraniano.

L’impatto aveva danneggiato l’ingresso. Per fortuna, almeno secondo le prime informazioni, non ci sarebbero state vittime. Ma in quel momento il dato tecnico contava poco. Il punto era un altro: la guerra non era più soltanto il luogo dove andavo per lavoro. Era arrivata sotto casa. Dubai, per me, è sempre stata il punto fermo. Il posto dove tornare dopo settimane in aree instabili. Dove poter staccare, respirare, ritrovare una dimensione familiare. Lì è nato nostro figlio, che oggi ha due anni. È il luogo che abbiamo scelto per costruire una vita, non solo una carriera. Chi lavora nei conflitti impara a separare i piani. Da una parte c’è il professionista, abituato a leggere il terreno, a valutare i rischi, a muoversi tra checkpoint e allarmi. Dall’altra c’è il marito, il padre. Fino a oggi quei due mondi erano distinti: la guerra era «altrove».

Poteva essere Kabul, Mosul, Aleppo, Kyiv o Gaza. Non era mai il salotto di casa. Questo nuovo fronte con l’Iran apre uno scenario che molti, nel Golfo, speravano di non dover mai considerare: il coinvolgimento diretto di Paesi che per anni hanno rappresentato un’isola di relativa stabilità in una regione fragile. Negli Emirati vivono milioni di expat, persone che hanno investito lì il proprio futuro personale e professionale. Famiglie giovani, bambini nati e cresciuti pensando di essere lontani dalle linee del fronte.

Pensare che gli attacchi possano diventare una nuova normalità è destabilizzante. In Israele la popolazione convive da anni con l’eventualità di una sirena nel cuore della notte. Ti abitui, dicono. Ma l’abitudine non è mai sinonimo di serenità. È adattamento.

La domanda che mi faccio oggi è semplice e terribile allo stesso tempo: cosa significa “casa” quando anche la casa può essere colpita? Continueremo a vivere a Dubai? Gli attacchi resteranno episodi isolati o si trasformeranno in una spirale più ampia? Come reporter, so che le dinamiche regionali sono complesse, fatte di equilibri precari e calcoli strategici. Come padre, so soltanto che vorrei che mio figlio crescesse in un luogo dove le sirene siano un ricordo distante, non un suono familiare.

Raccontare le guerre degli altri è sempre stato il mio lavoro. Farlo mentre la mia famiglia si trova potenzialmente nel mirino cambia la prospettiva. Ti costringe a guardare le notizie non più solo con l’occhio del cronista, ma con quello di chi ha qualcosa da perdere. Spero che la diplomazia riesca a prevalere sulla logica dell’escalation. Che questa fase si riveli breve e che il Golfo non diventi un nuovo fronte permanente. Perché se c’è una lezione che ho imparato in quindici anni di conflitti è che la guerra, una volta iniziata, raramente resta confinata dove pensavamo sarebbe rimasta.

E quando ti accorgi che può bussare alla tua porta, capisci davvero quanto sia fragile l’idea di distanza.

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