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Berlusconi, l’audio su Putin e gli appunti anti-Meloni: il potere è dei nuovi media

Berlusconi, l’audio su Putin e gli appunti anti-Meloni: il potere è dei nuovi media

Berlusconi, l’audio su Putin e gli appunti anti-Meloni: il potere è dei nuovi media

 
Michele Partipilo

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Michele Partipilo

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Silvio Berlusconi

Al netto delle ripercussioni politiche, ci si chiede se sia giusto che qualcuno abbia diffuso i contenuti dell’incontro fra i parlamentari di Forza Italia e Berlusconi, il quale li aveva anche vincolati al «massimo riserbo»

Giovedì 20 Ottobre 2022, 17:38

21 Ottobre 2022, 14:34

Al netto delle ripercussioni politiche, è giusto che qualcuno abbia diffuso i contenuti dell’incontro fra i parlamentari di Forza Italia e Berlusconi, il quale li aveva anche vincolati al «massimo riserbo»?

La questione non è nuova e in passato ha visto per protagonisti giornalisti e programmi Tv che hanno trasmesso i cosiddetti «fuori onda», ossia registrazioni – volute o accidentali – di esternazioni che personaggi famosi si stavano scambiando senza sapere di essere «sorvegliati». Nel caso Berlusconi il primo accertamento riguarda la verità dei fatti. Cioè se davvero c’è stata una malevola registrazione non autorizzata, con conseguente velenosa diffusione dell’audio, oppure se la mossa non faccia parte di una precisa strategia del vecchio leader, che non riesce ad accettare un ruolo subalterno all’interno di una coalizione di cui è padre storico. Il dubbio è legittimo se si considera la sceneggiata a favor di telecamere con cui siamo venuti a conoscenza dei suoi appunti, che poi erano solo una serie di aggettivi su Giorgia Meloni.

Ma chi mai – a maggior ragione se un politico scafato come Berlusconi – metterebbe per iscritto gli aggettivi sulla sua rivale-alleata e sarebbe così imbranato da lasciarli sotto gli occhi di telecamere e teleobiettivi ipervedenti? Neppure sul più antipatico capoufficio o sul più rompiscatole nell’assemblea di condominio uno si appunta cosa ne pensa. L’effetto che ne è conseguito, cioè una trattativa supplementare sui ministeri e, soprattutto, l’immagine della presidente del Consiglio in pectore che riceve il vecchio leader, spiegano meglio di ogni parola che cosa si nascondesse dietro gli «appunti» rubati.

Con gli audio pro-Putin le cose potrebbero essere andate diversamente, nel senso che davvero qualcuno all’interno di Forza Italia vuole sabotare l’ascesa di Meloni o, quantomeno, quella di Antonio Tajani al vertice della Farnesina. Forse non lo sapremo mai, per cui conviene stare ai fatti. Durante un incontro ristretto e quindi non aperto né al pubblico né ai giornalisti vengono registrate le dichiarazioni di Berlusconi. Il quale, consapevole della gravità di quanto affermava, aveva chiesto che fosse mantenuto il massimo riserbo. La registrazione quasi certamente è stata fatta con un telefonino e con i limiti dettati dalla clandestinità dell’operazione, come mostra la scarsa qualità audio. Non solo, ma non è certo involontaria, come spesso è capitato invece con telecamere e microfoni lasciati distrattamente accesi.

Nella riunione di Forza Italia c’era la precisa volontà di registrare in segreto quanto veniva detto, come conferma la caccia al «traditore» che si è aperta all’interno del partito. Proprio la modalità della registrazione non lascia dubbi sul fatto che ci sia stata una chiara violazione della privacy nei confronti di Berlusconi innanzitutto, ma anche degli altri presenti, poiché nessuno sapeva di essere registrato.

Secondo punto, la diffusione dell’audio. Anche qui c’è una precisa volontà, perché l’audio non finisce per caso a un’agenzia di stampa («La Presse»), che poi l’ha diffuso. Qui viene però in soccorso della «talpa» un elemento che è una ciambella di salvataggio per i giornalisti quando diffondono contenuti violando la privacy dei soggetti coinvolti: l’interesse pubblico. Sotto questa categoria è possibile classificare la più grande varietà di fatti, dichiarazioni, comportamenti. Ed è per questo che non esiste una chiara definizione di che cosa sia l’interesse pubblico, sebbene costituisca un parametro cui fanno riferimento molte norme dell’ordinamento e molte sentenze dei tribunali. In questo caso, però, l’interesse pubblico delle affermazioni di Berlusconi è evidente a tutti: siamo di fronte ad analisi e convincimenti che sconfessano la linea politica ufficialmente conosciuta e che possono avere ricadute molte importanti sulla credibilità e affidabilità dell’Italia a livello internazionale.

Dunque, l’altissimo interesse pubblico del contenuto di quella registrazione giustifica la violazione della privacy.

Nella giurisprudenza, anche in quella dell’Autorità garante per la privacy, l’interesse pubblico è l’unico grimaldello per scardinare la porta blindata della riservatezza. Sotto questo profilo si giustifica anche la scelta dell’agenzia «La Presse» di diffondere urbi et orbi le dichiarazioni rubate a Berlusconi. Per altro i giornalisti qui hanno solo diffuso i contenuti carpiti fraudolentemente e non sono stati certo loro a registrare il discorso filo-Putin. Al di là degli effetti politici e della possibilità che possa trattarsi di un altro stratagemma dell’indomito Cavaliere, resta il tema dell’invasività della tecnologia, soprattutto se digitale.

Anni addietro un filosofo come Karl Popper, in un saggio diventato famoso dal titolo «Cattiva maestra televisione» chiedeva che chiunque si occupasse di televisione dovesse avere una sorta di «patente», si potrebbe dire di «porto d’armi», per quanto ritenesse pericolosa la tv. Allo stesso modo sarebbe opportuno oggi un «porto d’armi» per chiunque utilizzi un telefonino, arma letale e ancora più pericolosa perché mimetizza la sua capacità di fuoco sotto una enorme, insostituibile, impareggiabile utilità.

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