Sabato 28 Marzo 2026 | 10:26

Nave Garibaldi, il sogno del museo a Taranto si è infranto sullo scoglio dei costi

Nave Garibaldi, il sogno del museo a Taranto si è infranto sullo scoglio dei costi

Nave Garibaldi, il sogno del museo a Taranto si è infranto sullo scoglio dei costi

 
maristella massari

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Nave «Garibaldi» addio, niente museo l’ex portaerei salpa per l’Indonesia

L’ammiraglio Ottaviani in audizione in commissione al Senato: servono 100 milioni e non c’è nessun progetto

Sabato 28 Marzo 2026, 08:48

Più che un progetto, finora, è un desiderio. Un sogno. Suggestivo, identitario, perfino legittimo. Ma pur sempre un desiderio. La discussione sulla musealizzazione dell’ex portaerei Giuseppe Garibaldi è tornata a riempire il dibattito pubblico pugliese solo quando la prospettiva della cessione gratuita all’Indonesia ha trasformato l’addio in un caso politico. E così, mentre il Consiglio regionale della Puglia approva all’unanimità una mozione per chiedere che la nave resti a Taranto e diventi un polo museale galleggiante, resta sospesa la domanda decisiva: dov’è il piano?

Perché la mozione c’è, l’indirizzo politico pure, il richiamo alla diversificazione economica di Taranto anche. Ma il progetto di fattibilità, quello che dovrebbe dire dove attraccare la nave, come adeguarla, con quali risorse, con quale governance e con quale equilibrio economico, non è mai arrivato sul tavolo del ministero della Difesa. La stessa mozione regionale, in fondo, lo ammette quando chiede di promuovere un tavolo tecnico per definire un piano di gestione: segno che quel piano, oggi, non esiste ancora.

A raffreddare gli entusiasmi del Consiglio regionale della Puglia, è stata la forza dei numeri. E la chiarezza, senza sconti, dell’ammiraglio Giacinto Ottaviani, direttore nazionale degli armamenti, intervenuto sul punto in audizione davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato.

Ottaviani lo ha detto in modo diretto. La nave, così com’è, è una «liability», una passività. Nell’audizione del 24 marzo, l’ammiraglio ha chiarito la linea del ministero: la cessione gratuita all’Indonesia viene valutata come soluzione praticabile solo se il Parlamento darà il via libera, mentre sul fronte museale non risultano, agli atti dell’amministrazione, proposte formalizzate tali da reggere un’istruttoria concreta.

Il nodo vero è economico. Nella ricostruzione di Ottaviani, il valore inventariale della nave (54 milioni) è un dato teorico, non il suo valore economico reale. Perché una nave di quelle dimensioni, oggi dichiarata obsolescente, non è un bene che produce automaticamente valore: è una passività che richiede uomini a bordo, manutenzione continua, costi energetici, spese di ormeggio, sicurezza, galleggiabilità. E soprattutto, per essere trasformata in museo, dovrebbe affrontare un investimento iniziale enorme. Ottaviani ha quantificato in circa 100 milioni di euro il costo una tantum per adeguarla a standard museali, eliminare barriere architettoniche, ripensare impianti, sicurezza antincendio e climatizzazione; poi altri 35 milioni l’anno per la gestione. Ha citato, come termine di paragone, l’Intrepid di New York, che regge quei costi con circa un milione di visitatori l’anno e in un contesto urbano e turistico che non ha paragoni immediati con quello italiano. Numeri che, da soli, spiegano perché non risultino agli atti - ha chiarito l’ammiraglio - proposte museali concrete e formalizzate. E che riportano la discussione su un piano più realistico: quello della sostenibilità.

La mozione approvata dalla Regione Puglia rappresenta un segnale politico forte. Rivendica per Taranto il diritto di trattenere una nave simbolo della storia navale italiana e di farne un volano per il turismo e la cultura del mare. Ma, nei fatti, resta un atto di indirizzo. Chiede l’apertura di un tavolo tecnico, sollecita la costruzione di un progetto, invita a verificare le condizioni per la musealizzazione. Il punto è che quel progetto, oggi, non c’è. Non esiste un piano di fattibilità, non ci sono stime sui flussi di visitatori, non è definito un modello gestionale, né individuate le risorse per sostenere un’operazione di queste dimensioni. Ed è proprio questo scarto tra volontà politica e capacità progettuale che l’audizione di Ottaviani ha messo in evidenza.

L’idea di trattenere la Garibaldi e trasformarla in attrattore culturale ha trovato consenso diffuso. Ma non si è mai tradotta in un progetto strutturato. È mancato il passaggio decisivo: quello dalla visione al piano operativo. Senza un dossier tecnico, senza coperture finanziarie, senza una governance chiara, la candidatura è rimasta nel perimetro delle intenzioni.

Non solo Taranto. Anche Genova aveva avanzato una proposta, più articolata sul piano progettuale. Nell’estate 2024, il Centro Studi Giuseppe Bono aveva immaginato di portare la nave nel Porto Antico, integrandola nel sistema museale cittadino. Un progetto che univa esposizione, formazione e ricerca, inserito in un contesto turistico già consolidato.

Ma anche in questo caso il percorso si è fermato prima di diventare decisione. Nessuna copertura finanziaria, nessuna scelta nazionale, nessuna accelerazione.

In controluce, questa vicenda racconta molto della città e dei suoi limiti storici. Taranto, ogni volta che perde un pezzo della propria centralità, prova giustamente a trasformare la ferita in occasione. Il museo sulla Garibaldi si iscrive in questa tensione: recuperare memoria, generare turismo, costruire nuova economia intorno al mare. È una visione che ha una sua forza. Ma una visione, da sola, non basta. Senza studio di fattibilità, senza coperture, senza partnership industriali e culturali, senza una domanda turistica misurata e verificabile, resta nel perimetro dei desideri. E i desideri, da soli, non trattengono una nave di 14 mila tonnellate che si avvia verso i 50 anni di vita: una eternità per una signora dei mari di quella stazza.

Per questo il punto politico, oggi, è quasi brutale nella sua semplicità: la Puglia ha votato una mozione per tenere la Garibaldi, ma non ha ancora messo sul tavolo il progetto che potrebbe davvero provarci. Genova, almeno per un tratto, aveva immaginato un modello, Taranto ha rivendicato un diritto storico. Roma, intanto, ragiona in termini di costi, obsolescenza e diplomazia della Difesa. In mezzo c’è una nave che è stata la prima portaerei italiana e che rischia di diventare l’ennesimo simbolo discusso molto e pianificato poco. Come fu per la Vittorio Veneto. Ed è forse questa la verità più scomoda: il museo della Garibaldi, fin qui, non è naufragato perché mancassero le volontà o le ragioni identitarie. Si è arenato perché nessuno, davvero, è stato in grado di produrre un progetto, uno studio di fattibilità, capace di trasformare la memoria in economia.

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