Le cozze sono invitanti, lucide e nere, ma restano sui banchi o intrappolate nella loro retina quasi invisibili. Dopo i casi di epatite registrati nel Napoletano, anche a Bari rallentano le vendite.
«Il calo c’è – racconta Rachele, della pescheria Gagang nel quartiere Murat di Bari - ma quando spieghiamo che il prodotto cotto è sicuro e che rispettiamo tutte le procedure, i clienti si convincono». La parola chiave è una sola: catena del freddo. «Nessuno sbalzo termico, controlli continui, merce sempre fresca». Ma non tutti, ammette Rachele, lavorano così. «Seguire le regole costa, a partire dalla formazione del personale che deve sapere cosa fare e come. C’è chi le salta per restare competitivo. Questa azienda, invece, punta proprio sul rispetto delle leggi e la formazione del personale per essere competitiva».
Nel quartiere Libertà, Vito Bux, titolare della pescheria San Nicola conferma: «Le cozze si vendono meno, è inevitabile». E punta il dito contro la disinformazione: «I social ci stanno rovinando, girano notizie non verificate». Poi rivendica una differenza netta: «Qui c’è più attenzione. Io mi rifornisco solo da chi lavora bene, un grossista di Santo Spirito». E avverte: «Il problema nasce quando si compra troppo e non si riesce a smaltire».
«A Napoli come a Bari può succedere che qualcosa rovini le cozze - aggiunge - ma la verità è un’altra: spesso si prendono quantitativi che non si riescono a smaltire e si inizia a pasticciare un po’». E aggiunge: «In seguito al Covid e alla guerra con l’aumento del carburante, si è determinato l’incremento del prezzo della vaschetta di cozze passando da 2 a 5 euro. E anche questo ci ha messo in crisi».
«Quando si sta male - prosegue - c’è l’abitudine di dare sempre la colpa ai frutti di mare, ma anche la carne è fonte di infezioni batteriche o parassitarie. Infine, basta con i pregiudizi nei confronti del pescato che viene dall’estero, ora merce tracciabile e di buona qualità».
Tra i banchi del mercato di corso Mazzini, Michele, uomo di poche parole, minimizza: «È la concorrenza: c’è chi lavora bene e chi no». E, per quanto lo riguarda, riferisce solo un «modesto calo delle vendite».
Intanto i clienti, nelle pescherie come al mercato, osservano e scelgono altro: pesce, vongole, baccalà, scampi e ricci a prezzi ragionevoli. Le cozze? Fanno discutere. A incidere per il sì o per il no sull’acquisto è la memoria.
«Mi presi l’epatite, e nonostante sappia che le cozze cotte sono sicure, preferisco evitare di ripetere l’esperienza», dice Giusy.
«A me bastò un’ostrica, peraltro la prima volta che le assaggiavo, per stare malissimo», racconta un’altra cliente.
Un’acquirente di mezza età si affaccia in pescheria per ritirare l’ordine telefonico fatto in mattinata, coperta da mascherina come ai tempi del Covid. E sui casi di epatite nel Napoletano dice la sua soffermandosi sui pericoli che provengono da altri alimenti: «Se la verdura non viene lavata bene e disinfettata può essere fonte di parassiti, ma anche di salmonella. La verità è che bisogna essere cauti».
Il timore di malattie, quindi, non riguarda solo i prodotti ittici. E si scopre che a orientare gli acquisti è ancora vivo il ricordo dell’epidemia del colera del ’73, in Puglia e Campania, a causa delle cozze importate dalla Tunisia. E tra acqua di mare e ghiaccio tritato, l’etichettatura dei prodotti ittici e la fiducia riposta nel proprio pescivendolo fanno la differenza.















