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In Puglia e Basilicata

Lo scenario

Autunno «freddo» al Sud per milioni di famiglie, troppo povere per riscaldarsi

Autunno «freddo» al Sud per milioni di famiglie, troppo povere per riscaldarsi

È l’Italia che andrà al voto fra pochi giorni, con una vincitrice pare certa, più noti ancora gli sconfitti: la popolazione

10 Settembre 2022

Valentina Petrini

Quattro milioni di famiglie sono a rischio povertà energetica. Cioè non possono riscaldarsi in inverno, accendere un condizionatore in estate. Al Sud (come sempre) la situazione è più allarmante. I consumi sono al minimo. Il carrello della spesa aumenta giorno dopo giorno (si stima di 794 euro). Torna a salire anche quel maledetto divario che spacca l’Italia in due: nel Mezzogiorno la stima della crescita 2022 è di 2,8% contro il 3,6% al Centro Nord. Nel 2023 andrà ancora peggio: crescita al 1,7% per il centro Nord, 0,9% al Sud. È la fotografia che viene fuori dalle rilevazioni più recenti. È l’Italia che andrà al voto fra pochi giorni, con una vincitrice pare certa, più noti ancora gli sconfitti: la popolazione. Presa in giro da promesse irrealizzabili, interventi normativi che andavano fatti vent’anni fa. E se pensiamo che – a parte i dati di previsione della crescita – gli altri numeri sono la fotografia di un anno fa, quindi precedenti l’ultimo choc energetico, c’è solo da tremare per come il quadro generale peggiorerà. Non è più nemmeno solo una questione di bollette. I prezzi dei beni di prima necessità continuano a salire. I salari invece restano sempre identici (cioè bassi) e perderanno ulteriormente potere d’acquisto. Sarà un inverno difficile. L’ennesimo. Le aziende (tante) sono in difficoltà, è vero. Ma le famiglie non se la passano meglio. E poi dietro le aziende ci sono pur sempre famiglie, di dipendenti, operai, collaboratori. Quindi la gara a chi va salvato prima, sinceramente non mi appassiona. Se si salva uno si salvano gli altri. Altrimenti si affoga tutti insieme.

Se distogli lo sguardo da tutto questo, dall’altra parte poi ci sono coloro (pochi) che invece registrano extraprofitti record e fanno persino ricorsi contro la tassa introdotta dal governo Draghi (poteva certamente essere più alta), per non pagare un euro. Dicono che la norma è stata scritta male, che non colpisce gli utili ma le dichiarazioni Iva. A noi resta la sostanza: quei miliardi guadagnati da pochi provengono dalle tasche di donne e uomini che conoscono solo sacrifici. E loro non li vogliono versare. Negli Stati Uniti il «Piano di aiuti alle famiglie» (740 miliardi di dollari) sarà finanziato con i proventi di una tassa al 15% sulle aziende che fanno più di 1 miliardo di utili. Persino Biden - che non è certo Alexandria Ocasio-Cortez- ha detto: «Faremo pagare alle aziende più ricche la loro giusta quota». Vedremo. Intanto in Italia, il 6 settembre abbiamo conosciuto il Piano di contenimento dei consumi di gas da cui non possiamo più scappare. Si prevedono «misure volontarie di riduzione della domanda che gli Stati membri sono chiamati ad adottare fra il 1° agosto 2022 e il 31 marzo 2023» che devono tendere a ridurre i consumi nazionali di gas «di almeno il 15% rispetto alla media dello stesso periodo di 8 mesi nei cinque anni precedenti»; e «misure obbligatorie» da preparare e da mettere in funzione nel momento in cui scatterà lo stato di «Allerta UE», cioè una sorta di piano d’emergenza a cui dobbiamo prepararci.

Andiamo alla sostanza di quello che verrà chiesto alle famiglie: contenimento del riscaldamento e uso efficiente dell’energia. La riduzione dei consumi deve essere attuata da subito «entro settembre» con un decreto del Ministro della Transizione Ecologica.

Ho scritto e commentato: ma è un Piano rivolto ai benestanti? A chi fino ad ora non si è mai dovuto preoccupare delle ore e dei gradi di termosifoni centralizzati, stufe elettriche e condizionatori? A chi non sa cosa significa programmare la lavatrice per la notte perché si risparmia? A chi addirittura ormai cuoce la pasta a fuoco spento come suggerito dagli chef stellati in tv nei programmi del mattino o pomeridiani? L’ho scritto con quel velo di ironia cinica e non mi aspettavo di ricevere una valanga di risposte tipo queste: «Noi gente comune adottiamo da sempre misure per contenere i costi, anzi se volessero potremmo dare loro altri suggerimenti»; «Il condizionatore c’è ma si accende una settimana l’anno...»; «D’inverno sono a 19 gradi da sempre»; «Ci voleva un piano del governo per sapere che le lavatrici si fanno dopo le 19 o nei week end»; «Non ho condizionatori, termosifoni a 18°, docce veloci il tanto che basta... Posso solo risparmiare i 10 minuti al giorno di gas, per fare pasta a fuoco spento»; «In casa mia, d’inverno, posso permettermi di avere 18 gradi, non di più»; «La sera d’inverno con i termosifoni chiusi, ci vuole la coperta, anzi due. A 81 anni è proprio dura con tutte le patologie che ho».

Sì. mi hanno risposto così: Quest’estate girando per le case della periferia tarantina l’ho constatato. Caldo record, anche 40° eppure nelle case il condizionatore è rimasto spento. Non in tutte certamente. Ognuno attua il risparmio che può. C’è chi li deve adottare tutti. La verità però è che sono anni che la qualità della vita sfiora il degrado. Non esistono solo poveri assoluti, anche le famiglie che pur senza potersi concedere sfarzi, fino a poco tempo non avevano tutti questi problemi, ora sono piombati nel baratro.

Non è automatica l’equazione tra classi sociali e consumo energetico, ma certamente chi ha più risorse ha accesso a consumi maggiori e ha anche la possibilità di tagliarli più facilmente, perché magari le case sono nuove e coibentate. Quelle vecchie sono pieni di spifferi e umidità.

Prendiamo per esempio come parametro la produzione di Co2: in Italia la media è 7mila chili di co2 all’anno per cittadino. È una media, attenzione, c’è chi ne emette il doppio, chi un terzo. Chi zero. Ma se vogliamo usare questa media per calcolare le grandi disparità nel mondo a secondo del livello di vita e di confort, basti pensare per esempio che un cittadino americano arriva anche a 18mila chili di Co2 all’anno, perché è un paese molto più energivoro, che spreca di più. Poi ci sono i paesi poverissimi dell’Africa che arrivano ad emettere in media poche decine di chili di Co2 per persona visto che le popolazioni a stento hanno da mangiare, altro che accendere i termosifoni o viaggiare in aereo.

E allora quello di cui sento enormemente la mancanza è un linguaggio chiaro, fermo, diretto sul rapporto tra ricchi e poveri, sull’emergenza diseguaglianza, sul divario Nord e Sud.

Non siamo in un’economia di guerra, ci hanno detto, ma ci siamo vicini. Chi ha di più deve essere obbligato a fare di più. E non è ormai nemmeno un fatto di destra o sinistra. È un’ovvietà che però stenta a decollare perché si ha paura dei potenti, delle lobby. Le conseguenze però sono sotto gli occhi di tutti. La politica dei bonus non ha risolto nulla. Il paziente andava curato, il coma a breve sarà irreversibile.

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