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Un giorno al bar ho scoperto di essere «filo-putiniana» per decisione di un politico

Scontro tra Russia è Ucraina: la guerra è davvero alle porte?

Foto Ansa

Il tutto nato da un report dal titolo «Disinformazione sul conflitto russo-ucraino»

03 Luglio 2022

Valentina Petrini

Qualche giorno fa, mentre prendevo il primo caffè della mattina, ho scoperto di essere una «filo-putiniana». L’edizione cartacea del FattoQuotidiano del 29 giugno ha riportato in esclusiva la notizia di una conferenza stampa alla Camera in cui un parlamentare Pd, Andrea Romano e due organizzazioni hanno presentato un report dal titolo «Disinformazione sul conflitto russo-ucraino». Nella lista ci sono giornaliste/i, scrittrici/ori, storici e conduttrici/ori.

Caro direttore, mi presento ai suoi lettori. Non sono filo-putiniana. Non sono «filo» niente. Coltivo con gelosia la mia indipendenza. Chi mi conosce lo sa bene. Sono una giornalista tarantina. Ho lavorato con Espresso, Unità, La7, Rai, Discovery e FattoQuotidiano. Ho raccontato e racconto l’Italia e le sue ferite sociali. Sono stata inviata in Africa, Iraq, Balcani, America, Russia e Donbass. E sono forse questi due ultimi viaggi la mia colpa. È sempre spiacevole quando un giornalista parla di sé, in questo caso spero mi perdonerete ma sono costretta a farlo per presentarmi a chi dovesse imbattersi in rete prima nella definizione di filo-putiniana che nel mio curriculum.

Ma torniamo al report presentato nella sala stampa della Camera dei Deputati. Dentro - come dicevo - c’è un lungo elenco di nomi che secondo gli autori, avrebbero firmato interviste, articoli, reportage rei di aver alimentato la disinformazione pro Russia. Insomma, ci risiamo. Ecco una nuova lista di «cattivi» questa volta partorita da FIDU e Open dialogue (mai sentiti, ma certamente per colpa mia) e legittimata da parlamentari. Ed è questa forse la cosa sconcertante. Oltre ad Andrea Romano presente, indirettamente il report riceve anche la legittimazione del suo partito, il Pd, anzi due partiti, pure +Europa: Romano, infatti, annuncia in apertura di conferenza stampa (potete trovarla su internet) che a breve sarebbero arrivati anche Lia Quartapelle, responsabile Esteri del Partito Democratico e Riccardo Magi di +Europa. I due in realtà non arriveranno mai. Il giorno dopo entrambi in un lungo comunicato si dissociano dal report. Ma ormai la frittata è fatta. Mi metto sempre nei panni del lettore, magari anche distratto, che nel grande mare di internet si imbatte prima nella notizia falsa e poi non per forza va a cercarsi la smentita. E quindi ci sarà qualcuno che digitando delle parole chiave troverà prima il comunicato della conferenza in cui tutti sembra saranno presenti invece dell’altro in cui prendono le distanze. È la dura legge di internet che gioca sempre a favore, essa si, della disinformazione. Lo dicono gli addetti ai lavori: il fact checking purtroppo ha un destino più infelice delle bufale.

Il report (anche questo lo trovate su internet) estrapola frasi da lavori sul campo e interviste e li cita come prova dell’accusa. Così mi scopro putiniana per un mio articolo pubblicato sul FattoQuotidiano a febbraio scorso in cui racconto dell’esperienza del 2016 in Donbass. Lavori che contenevano esclusive all’epoca e che non sono stati certo una passeggiata, essendo stati realizzati in zone di guerra. Fortunatamente nel report sono in buona compagnia. Con me una lunga lista di colleghe e colleghi ma anche un regista Oliver Stone (sì, avete capito bene) e udite udite... Corrado Augias!

Il giorno dopo l’accusa, Augias scrive un lungo articolo (bellissimo) su Repubblica: «Dunque, putiniano» è l’incipit. «Mi chiedo dove prendano le loro informazioni, con quale criterio, quale preparazione, le valutino». Già, me lo sono chiesta anche io. E conclude: «Esorto gli estensori dell'accusa a coltivare la lettura e, volendo, a qualche parola di rammarico». Esattamente.
Ecco oggi a distanza di qualche giorno dal fattaccio, e dopo le tante manifestazioni di solidarietà ricevute (ODG, FNSI, Usigrai ecc.) non posso far a meno di chiedermi però se per giornaliste come me non sia stata una salvezza che nella lista dei cattivi ci fosse anche lui. Se tra i filo-putiniani non ci fosse stato anche Augias, avremmo potuto godere lo stesso dell’indignazione generale che si è sollevata dal giorno dopo? Non lo so, me lo chiedo sinceramente. E anche umilmente.

Ma come si finisce in report simili e perché? Entro più nel dettaglio. Nel mio caso viene riportato solo un virgolettato di un articolo recente (che non restituisce per niente il vero senso del pezzo) relativo al mio racconto del Donbass visitato nel 2016. Il peccato quindi risale al fatto di esserci andata in tempi non sospetti? Giuro, non capisco. Da quel mio lavoro sul campo sono nati due lunghi reportage andati in onda a Nemo Nessuno Escluso, programma di Rai 2 che tra l’altro conducevo in prima serata. Anche questi potete trovarli su internet: denunciai che i fascisti italiani combattevano con i separatisti. Non contenta, l’anno dopo, 2017, sono andata anche in Russia. A Mosca sono entrata con le telecamere nelle classi della Yunarmia, la scuola in cui ai bambini russi insegnano a usare le armi e a prepararsi alla guerra. Anche in questo reportage realizzato e trasmesso sempre su Rai 2 mostrai come i separatisti, nazionalisti russi si muovevano indisturbati, avevano il loro quartier generale, svolgevano commemorazioni ufficiali e condivano le loro teorie con posizioni estremiste contro gli immigrati e la comunità LGBT. Ma non mi pare che i redattori del report abbiano visto questi lavori.

Io putiniana, dunque? Vergogna. Giornaliste/i, scrittrici/ori, conduttrici/ori sbattuti in una lista di presunti fiancheggiatori della disinformazione putiniana solo per aver fatto interviste, analisi o essere andati sul campo, come nel mio caso nel 2016 quando di Donbass non se ne occupava quasi nessuno. Accusata di aver fatto il mio lavoro. Cioè Interviste e analisi li dove la guerra era già in corso nel cuore dell’Europa. Peraltro io che nelle apparizioni televisive ho anche detto di essere favorevole all’invio di armi e alle sanzioni verso la Russia. Esprimendo però un pensiero più complesso e cioè denunciando la debolezza dell’Europa sulla no fly zone o sulle sanzioni su gas e petrolio, o sul fatto di aver lasciato a Erdogan il ruolo di mediatore e di avergli ora anche concesso la testa dei curdi. Mettendo infine in guardia sul sentimento generale di contrarietà all’invio di armi della popolazione italiana, perché la crisi economica, il caro energia, l’aumento del tasso dei mutui, il costo della benzina, stanno violentemente abbattendo sulle famiglie. Circostanze che vanificano gli obblighi di solidarietà. Che scatenano altre guerre. Cose che noi giornalisti abbiamo il dovere di far emergere, perché la realtà è sempre più complessa delle semplificazioni al servizio della polarizzazione.

Certo se questo report non avesse ricevuto la legittimità della politica, se fosse stato presentato in un altro qualsiasi luogo ma non in Parlamento, forse oggi non saremmo qui a parlarne. E allora, che almeno questa triste circostanza sia utile a mettere in chiaro una cosa: non spetta alla politica stabilire cosa è o non è disinformazione e tanto meno dettare le regole deontologiche ai giornalisti. A questo ci pensiamo noi e dobbiamo certamente farlo sempre meglio, chiedendo scusa se commettiamo errori, restando indipendenti dai partiti. Svolgendo il nostro ruolo di presidio della democrazia, al servizio dei cittadini non dei gruppi di potere. Brutto clima quello che si respira in giro, in cui il confronto è reso impossibile dai muri eretti dai più forti.

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