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Senza Ius Scholae e Ius Soli saremo più soli

Senza Ius Scholae e Ius Soli saremo più soli

Calendarizzato alla Camera, il nuovo testo fa leva sul concetto di ius scholae e mira ad introdurre una forma di ius soli temperata

30 Giugno 2022

Sergio Lorusso

Torna prepotentemente in primo piano nell’agenda politica il tema dello ius soli. Materia per sua natura divisiva, quella del diritto di cittadinanza riflette tradizioni stratificate ed opzioni culturali spesso nette, cavalcate talvolta con spregiudicatezza dalla nostra classe dirigente mescolando problematiche reali a presunte questioni identitarie che incarnano pregiudizi mai sopiti. Come quelli che affossarono nel dicembre 2017 – quando la precedente legislatura volgeva ormai al termine – il tentativo di introdurre nel nostro ordinamento una disciplina in materia che superasse il mero ius sanguinis, ovvero l’acquisizione della cittadinanza (quasi) esclusivamente per discendenza, per essere nati da almeno un genitore con cittadinanza italiana.

Calendarizzato alla Camera, il nuovo testo fa leva sul concetto di ius scholae e mira ad introdurre una forma di ius soli temperata, che ha subito acceso il dibattito – rectius, lo scontro – tra l’ala più intransigente del centrodestra (Lega, FdI) e lo schieramento avverso: la cittadinanza non è un «biglietto a premi», per Matteo Salvini; «prove tecniche di sharia», sempre per la Lega; cittadinanza «facile», per Giorgia Meloni, che parla di provvedimento «ideologico» e «fuori dal mondo».

In gioco la sorte di quasi un milione di minori stranieri che risiedono in Italia, cui si vorrebbe dare la cittadinanza – da richiedere entro il compimento della maggiore età – a condizione di aver frequentato un ciclo scolastico di almeno cinque anni. Una variazione sul tema dello ius culturae.

Va detto che, alla base, vi sono ragioni storiche che orientano un Paese verso lo ius soli piuttosto che verso lo ius sanguinis. Emblematico è il caso degli Stati Uniti d’America, ove lo ius soli è addirittura costituzionalizzato grazie al XIV Emendamento (1868) in virtù del quale tutte le persone nate (o naturalizzate) in terra statunitense «sono cittadine degli Stati Uniti e dello Stato in cui risiedono» (birthright citizenship). Principio difficilmente sradicabile, vista la copertura costituzionale – anche se Donald Trump ha tentato inutilmente di metterlo in discussione definendolo questionable (con l’intento di cancellare l’automatismo nella concessione della cittadinanza ai bambini nati negli Usa da immigrati irregolari) – e che si spiega con le radici della Nazione, congenitamente multietniche: un Paese fondato da (e cresciuto grazie a) migranti, da persone nate «altrove», in cui l’aver visto la luce in patriam costituisce di per sé un valore identitario.

Ma anche con l’esigenza – che è alla base del XIV Emendamento, approvato all’indomani della guerra di secessione – di tutelare chi era stato schiavo, di riconoscerne i diritti.

Certo, non basta concedere lo status di cittadino per rendere uguali le persone, come proprio la storia degli Stati Uniti, con le discriminazioni razziali così difficili da sradicare, dimostra. Possiamo considerarlo una precondizione, un lasciapassare per poter fruire di diritti (e di doveri). Accade anche da noi, basta leggere l’art. 3 della Carta fondamentale, una delle norme su cui è edificata l’intera architettura costituzionale: il principio di eguaglianza (formale e sostanziale) gravita intorno allo status di cittadino, che vieta di discriminare per ragioni di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.

Da noi attualmente lo ius soli opera solo in casi eccezionali. La l. 5 febbraio 1992, n. 91, difatti, lo circoscrive a casi residuali (come quello dei genitori entrambi ignoti o apolidi) ed è figlia di una visione rigida che non trova riscontro neanche negli altri Paesi di tradizione di civil law che pure riconoscono lo ius soli in forma mitigata, accostandolo allo ius sanguinis (dalla Francia alla Germania, dalla Spagna al Portogallo, al Belgio e all’Olanda). È una legge che ha compiuto trent’anni, figlia di una realtà assai differente dall’odierna. Siamo ormai diventati una società multietnica, che non può non fare i conti con i diritti di una sfera di popolazione sempre più ampia, pena la possibile marginalizzazione e discriminazione di persone la cui unica «colpa» risiede nel non essere figli di genitori autoctoni. La proposta di riforma è perfettibile, ma non è fuori dal mondo. È, se mai, figlia dei tempi, cerca di dare delle risposte. E in quest’ottica dovrebbe essere vagliata, senza preconcetti o forzati ideologismi.

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