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In Puglia e Basilicata

IL CASO

I ballottaggi? Sarebbe meglio abolirli subito

I ballottaggi? Sarebbe meglio abolirli subito

Il dibattito sulla necessità dei ballottaggi elettorali

Il turno suppletivo delle urne gioca sull’estenuazione del corpo elettorale apparendo ai cittadini come strumenti per agevolare gli accordi politici

28 Giugno 2022

Pino Pisicchio

Trovo francamente ingiustificata l’enfasi con cui la politica ha commentato il ballottaggio di domenica 26, traendone presagi su come potrebbe andare se si votasse domani per rinnovare il Parlamento. C’è dentro inevitabile propaganda, certo, ma anche inconsapevolezza sul voto amministrativo - peraltro in questo caso molto parziale - che rappresenta un episodio quasi mai replicato sullo schermo politico nazionale. Intanto c’è l’evidente distorsione rappresentata dall’affluenza: come si può commentare un voto che vede sei elettori su dieci abbandonare le urne? Certo, c’è un risultato sanzionato dalle regole del gioco vigenti, che dichiarano eletto al ballottaggio un sindaco tra i due competitor, quale che sia il numero dei votanti, e di qui non si scappa. E questo risultato ha detto che il Centro-Sinistra ha portato a casa sette eletti contro i quattro del Centro-Destra (che comunque al primo turno aveva conquistato Palermo, Genova e L’Aquila. Padova, invece, era andata al Centro-Sinistra).
Ma se questa è la legge dello Stato, c’è pure quella della politica che impone di guardare alla sintonia col popolo. Che, in tutta evidenza, svapora ad ogni giro elettorale. La gente diserta le urne, questo è un fatto. È vero, però che, anche quando dominavano i partiti di massa e i simboli che trovavi nelle elezioni municipali del più piccolo comune italiano erano gli stessi che avresti trovato nelle elezioni politiche nazionali, lo «spread» tra partecipazione al voto politico e affluenza alle amministrative era vistoso: tra l’80 e il 90 % alle politiche, contro il 70-80% alle elezioni locali.

Perché? Per molte ragioni, che avevano comunque alla base la percezione che il voto parlamentare implicasse una «scelta ideologica» che invece era del tutto assente a livello locale. Insomma: gli elettori hanno saputo distinguere da subito tra scelte di campo sul piano nazionale e amministrazione locale. Oggi l’elemento ideologico è tramontato, o comunque parecchio sfumato ma lo spread tra locale e nazionale è rimasto: alle politiche del 2018, che registrarono la più bassa partecipazione al voto della storia repubblicana, si presentarono alle urne 73 italiani su cento. Meno del passato, comunque tra i livelli partecipazionali più alti in Europa, e lontani quasi 30 punti dai partecipanti ai ballottaggi.

Fuori dalla propaganda e dalla nevrosi di qualche commentatore compulsivo in tv, al limite del voyeurismo catodico, dobbiamo domandarci cosa veramente raccontano questi ballottaggi che completano le elezioni parziali di primavera. Nulla che già non si sapesse: la destra ha più voti nel Paese ma meno classe dirigente presentabile e una tendenza masochistica coltivata dalle sue tremule leadership; il Pd raccoglie alla maniera antica quello che ha anche sul territorio facendo risultato ma non riesce a disegnare alleanze in grado di vincere la partita delle politiche; i partiti antagonisti-populisti sono vicini all’estinzione; in mezzo c’è un pulviscolo stellare che per il momento resta allo stato gassoso.

Riusciremo a risalire il livello di partecipazione alle urne? Non lo so quanto i partiti oggi in circolazione possano apparire appealing. Una cosa, però, andrebbe fatta subito, almeno per le amministrative: abolire i ballottaggi, che giocano sull’estenuazione del corpo elettorale apparendo ai cittadini solo come strumenti per agevolare gli accordi di ceto politico. Chiudiamola al primo turno, come si fa con le regionali: magari gli eletti guardandosi attorno riusciranno a intravedere anche un po’ di popolo.

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