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IL COMMENTO

Esami di maturità «annacquati», il segno di un paese senza futuro

Esami di maturità «annacquati», il segno di un paese senza  futuro

Il caso degli esami di maturità in Italia

La condizione in cui versa la nostra scuola non è presa sul serio da chi governa

22 Giugno 2022

Michele Partipilo

Oggi quasi 540mila studenti affronteranno l’esame cosiddetto di maturità. Dopo un anno tornano le due prove scritte, cancellate nel 2021 causa Covid. La decisione del ministero di ripristinarle, suscitò molte polemiche fra gli alunni. Si voleva insomma un esame molto soft, sulla scia di quello dell’anno precedente, ammorbidito per via del lungo periodo di didattica a distanza. Alla fine si è risolto il caso all’italiana, chiedendo cioè alle Commissioni benevolenza nella valutazione della seconda prova scritta e non solo. Sia come sia, il dato storico e incontrovertibile: due sessioni d’esame sono annacquate e quindi non rispondono in pieno al loro scopo principale di verificare la preparazione di quelli che saranno i professionisti, i tecnici e la classe dirigente di domani.

La condizione in cui versa la nostra scuola non è presa sul serio da chi governa e, nella migliore delle ipotesi, è affrontata o per via partitica o per far fronte a qualcuna delle innumerevoli emergenze. Negli ultimi decenni si sono succedute riforme sull’onda degli umori dei vari ministri e per accontentare le richieste delle rappresentanze sindacali. Il tutto senza una visione né un obiettivo chiari, quasi che la scuola fosse un territorio in cui sperimentare ipotesi o mietere consensi. Cosa aspettarsi da una scuola che pone alla base del sistema educativo termini economici, come debito o credito, per valutare il percorso di studio e di crescita?
I risultati ci sono stati sbattuti in faccia da «Save the Children» secondo cui la metà dei quindicenni italiani non comprendono i testi che leggono. «Che ne sarà di loro all’università, nella vita, nella competizione sempre più spietata per i pochi lavori di qualità che il mercato offre ai giovani? Non ci siamo chiesti però che ne sarà della nostra democrazia, quando coorti generazionali per metà illetterate diventeranno il corpo elettorale di domani», afferma Antonio Polito sul “Corriere della Sera”.
La preoccupazione è più che legittima. Ma non chiama in causa i ragazzi, come potrebbe sembrare. Chiama in causa gli adulti che hanno pensato e continuano a pensare una scuola lontana dalla vita quotidiana. Detto in altri termini, la politica riproduce nel sistema scolastico la stessa scollatura che essa vive con il Paese reale.
Dopodiché è gioco facile prendersela con i ragazzi, che non vogliono studiare, che stanno sempre a chattare, che sono viziati dai genitori, che non conoscono la fatica di una conquista. Per carità, ci sono anche tali problemi, che però da sempre fanno parte della vita degli adolescenti. Ma chi deve governare questi processi e intervenire laddove necessario sono gli adulti. Quali esempi offriamo ai nostri ragazzi? Furbizia, menefreghismo, arrivismo, egoismo, sessismo, per non dire di altro, sono i punti più evidenti nella nostra etica pubblica. Se in televisione e sul web ogni diversità di opinione diventa motivo di attacco e delegittimazione verso chi la pensa diversamente, come potranno i giovani capire che cos’è la democrazia?
Nelle ultime settimane – complice anche il caldo improvviso – ci sono stati diversi casi di cronaca riguardanti l’abbigliamento da tenere nelle scuole. Con presidi e professori finiti nei tritacarne dei social per via di appelli – più o meno coloriti – rivolti agli studenti affinché non andassero a lezione in tenuta da spiaggia. Sacrosanti interventi, ci mancherebbe. Ma a chi spetta il compito di insegnare quella sacralità che la scuola, come altri luoghi in cui si svolgono funzioni essenziali della vita pubblica, dovrebbe avere? Per le strade, nelle piazze, gli adulti per primi vestono come in spiaggia. Da tempo la sacralità di giacca e cravatta è venuta meno anche nelle banche, travolta da t-shirt e offuscata dal moltiplicarsi di bicipiti tatuati. E in Tribunale ci siete mai andati? Qualche Presidente – alla pari di qualche preside – ha dovuto emettere delle circolari a proposito dell’abbigliamento da tenere in un luogo che dovrebbe essere il tempio della giustizia.
Non si tratta più di compostezza, contegno, pudore, come dice il vocabolario descrivendo la parola «decenza» ma innanzitutto di rispetto per i luoghi dove nascono e si svolgono le più importanti funzioni della società.
Neppure nelle chiese ormai si fa più tanta attenzione a corpi eccessivamente scoperti. Sono gli effetti di «credere che sia libertà l’adeguarsi a una moda sciatta, cinica che mette sul mercato il corpo femminile come oggetto di predazione», argomenta Dacia Maraini ancora sul “Corriere della Sera”. Certo, anche questo ha il suo peso. Ma il sospetto è che tutti – adulti in testa – abbiamo perso i punti di riferimento e non siamo più capaci di distinguere il ruolo e l’importanza di certe istituzioni che inevitabilmente si concretizzano nei luoghi che li ospitano. Se il Potere ha sempre avuto dei Palazzi, una ragione ci sarà pure. Se si costruivano chiese magnificenti era per dare il segno, la misura del loro contenuto. Da alcuni decenni si costruiscono chiese bruttissime, in cui è arduo cogliere quella trascendenza che porta alla fede. «Sarebbe mai possibile che qualcuno si convertisse qui dentro o, per lo meno, che venisse sfiorato dall’idea che, dietro il mondo materiale, ne esista un altro la cui concretezza si manifesta nel mistero della bellezza?», si chiedeva qualche tempo fa Susanna Tamaro. Come darle torto. Ma ancora una volta gli errori sono degli adulti, non dei ragazzi che non vanno più a messa. Provocazione: a quando un esame di maturità per gli adulti?

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