Domenica 26 Giugno 2022 | 15:34

In Puglia e Basilicata

Amarcord

Spagna, 11 luglio 1982: l’Italia senza ali volò sul tetto del mondo

Spagna, 11 luglio 1982: l’Italia senza ali volò sul tetto del mondo

Il film è altro che mera euforia pallonara, racconta sullo sfondo l’Italia di quegli anni, fratturata socialmente e divisa dall'animosità politica

18 Giugno 2022

Gianluigi De Vito

C’ è un riempimento mistico in quelle immagini di gloria del pallone. Spagna, undici luglio 1982: la nazionale italiana di calcio di Enzo Bearzot batte la Germania, l’eterno rivale, e finisce sul tetto del mondo per la terza volta nella storia. Quarant’anni dopo, quell’impresa è un film documentario, «Il viaggio degli eroi» e porta la firma del regista Manlio Castagna. Prima ancora di piombare nelle sale è già un caso, perché l'attesa è forte e non certo per ragioni solo calcistiche. Un evento speciale. Sarà proiettato in 107 sale d’Italia e in una porzione di tempo abbastanza breve, da lunedì 20 a mercoledì 22 giugno.

Chi ha avuto la fortuna di vederlo in anteprima racconta di una itinerario visivo costruito su una contraddizione evidente, una parabola che approda lì non dove nessuno ci avrebbe scommeso un euro bucato. «Una squadra senza ambizione», non a caso bollata dai giornalisti come «l'armata Brankazot» e che diventa un gruppo di «eroi». Il materiale di repertorio è incastonato con interviste e testimonianze e cementato dalla voce narrante di Marco Giallini, cantastorie d’eccezione, che divide la conquista della Coppa del Mondo in undici tappe.

C’era un pezzo di Basilicata, e più ancora di Sud, in quell’impresa, sia pure in seconda fila: Francesco Selvaggi, 69 anni, materano di Pomarico, un predestinato (contro la Juve il primo gol da professionista), furia d'attacco del Cagliari atterrato a Torino proprio dopo il Mondiale 1982 e per anni nella scia delle Premiate ditte della Serie A. Relegato alla panchina, ma riserva di lusso di Paolo Rossi, Selvaggi rimanda indietro la pellicola dei ricordi: «Fu lo stesso Bearzot a dirmi che mi aveva convocato perché per in ogni ruolo voleva una copia perfetta. Secondo lui ero tecnicamente l’unico che avrebbe potuto sostitue Pablito». Ma questa non è storia del film, perché più che un viaggio nel corpo dello sportivo, il documentario è un passaggio di storia. Un risultato è stato già raggiunto: nell’anteprima dei giorni scorsi alla Casa del cinema di Roma, una grossa manciata degli Eroi ‘82 s’è ritrovata: Giancarlo Antognoni, Antonio Cabrini, Franco Causio, Bruno Conti, Fulvio Collovati, Giuseppe Dossena e, appunto, Franco Selvaggi. Una reunion servita per prendere atto di quel che stava succendendo fuori e dentro gli stadi di Spagna: il talento dei singoli calciatori italiani imprigionato dopo tre pareggi in giudizi che avrebbero scoraggiato chiunque, e nascosto sotto il mantello di una falsa necessità di riscattare l’Italia tutta anche e soprattutto col calcio.

Quello sdegno iconico mediatico fu ribaltato dallo spirito d’iniziativa dei singoli, grazie al ringhio deciso e gentile di Bearzot e a una metamoforsi nelle partite contro Argentina e Brasile poi culminata con la vittoria sulla Germania che spinse la nazionale fino cielo della Coppa.

Il film è altro che mera euforia pallonara, racconta sullo sfondo l’Italia di quegli anni, fratturata socialmente e divisa dall'animosità politica. Antonio Cabrini, 64 anni: «È un docufilm che fa venire la pelle d’oca perché mostra la vita di un Paese e i grandi sentimenti che ci portarono a vincere la Coppa del Mondo». E Bruno Conti, 67 anni: «È stato davvero un padre, Bearzot. Certo, prima di partire ai Mondiali c’era vero livore dei giornalisti verso di lui. Lo hanno come ammazzato dopo i primi tre pareggi».

E danzando senza ombrello sotto la pioggia, l’ira squagliata diventa impresa: «Nel 1982 - dice il regista Manlio Castagna - ero un bambino di otto anni, ma ho un ricordo molto netto di quello che accadde allora. Ricordo ad esempio di come la gioia può essere esplosiva e coinvolgere tutti quanti. La gente allora scese in strada per abbracciarsi e non per lanciarsi pietre». Giallini di anni ne aveva diciannove anni e lavorava in un’autorimessa vuota, insieme a un quarantina di persone. E come tanti di quei branchi di sbarbatelli «è cresciuto meglio», dopo l’urlo di Tardelli, il triplice Campioni-del-Mondo di Martellini e le sbracciate di vittoria di Pertini.

Il terrorismo è ancora una notte permanente e la corte di Appello di Brescia assolve tutti gli imputati del processo per la bomba in piazza della Loggia a Brescia nel 1974; il banchiere Roberto Calvi viene trovato impiccato sotto un ponte del Tamigi; scoppia la guerra tra Argentina e Gran Bretagna per il possesso delle isole Falkland; Israele invade il Libano; la guerra Iran- Iraq è senza fine.

Eroi, allora, quelli che il calcio...? Selvaggi trova la giusta misura: «Non so se sia giusto definirci eroi, certo siamo campioni esemplari. Eravamo umili, non ci atteggiavamo da miti, e abbiamo saputo dare gioia a un Paese che stava attraversando un momento difficile». Quarant'anni dopo la Germania è tornata a umiliare gli azzurri di Mancini. Altri tempi, ma è pur sempre un momento di rifondazione. Solo che il Mondiale non sarà un viaggio, solo uno show al quale inchiodarci come spettatori. Aver conquistato il cielo, adesso che lo abbiamo perso, restiuisce un senso di frustrazione. Ma un millimetro sotto il disagio, c’è un docufilm che consola.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento:

Condividi le tue opinioni su

Caratteri rimanenti: 400

Carica altre news...

 

PODCAST

 

PRIMO PIANO

 
 
 
 
- News dai Territori -
 
Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725