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In Puglia e Basilicata

il commento

Quel Fattore «C», Calenda o fortuna dopo le comunali

Carlo Calenda

Carlo Calenda

All'ultima tornata elettorale, la sua coalizione ha toccato anche il 20%. Quanto basta, ora, per fargli evocare un «Terzo Polo» con la «C» di Centro

16 Giugno 2022

Bepi Martellotta

Anni fa sui canali Mediaset andava in onda «Fattore C», una trasmissione condotta da Paolo Bonolis con il classico gioco a premi. La «C» stava per il celeberrimo fattore «culo», ovvero avere fortuna ad azzeccare la risposta giusta. Ecco, il fattore «C» ci sta tutto nelle prossime elezioni politiche a giudicare dall’esito delle Comunali di domenica (e da quello che riserveranno i ballottaggi del 26 giugno).

E la «C» del fattore di cui sopra potrebbe tranquillamente corrispondere a fattore «Calenda», visto che il leader di Azione (piccolo partito con esigua rappresentanza parlamentare nell’attuale emiciclo di Montecitorio) è risultato determinante negli equilibri tra i cosiddetti due poli, centrodestra e centrosinistra. I quali, spariti dietro i vessilli del civismo locale («Progetto Palermo», «Piacenza rinasce» o «San Cesario per tutti»), a urne chiuse si sono messi col pallottoliere a far di conto. Ed è venuto fuori che tranne l’indiscusso successo nazionale di Fratelli d’Italia e la tenuta del Pd come prima forza in Italia, per i partiti sono state solo mazzate e per le coalizioni un grande valzer, tra un centrodestra che vorrebbe uscire dal governo di necessità modello Draghi ma non ci riesce e un centrosinistra che in quel governo di necessità ci sguazza meglio ma ha perso una bella fetta del suo «campo largo», i Cinque Stelle, diventati da astro nascente della politica futura (era appena il 2018) aggregazione da prefisso telefonico (siamo appena nel 2022).

Già Calenda, il fattore «C». Intelligenza brillante, ottime conoscenze di economia, ministro capace e riformista «pragmatico» (come lui stesso si definisce). Uno che ha trasformato il suo comitato elettorale – sin dai tempi della candidatura da sindaco a Roma – in un centro studi modello Confindustria. L’empatia, diciamocelo, non c’è. Anzi, la spocchia e quell’atteggiamento da Marchese del Grillo («Io so’ io e voi non siete un c…») lo fanno stare sul «c…» persino alla mamma, la regista Cristina Comencini che ad appena 33 anni si è ritrovata nonna per colpa di quel ragazzo scapestrato. Ma tant’è.
Calenda il fattore «C» ce l’ha eccome, lo ha fatto diventare un logo («C» sta anche per Centristi o grande Centro) e in giro per l’Italia ha piazzato i suoi a fare incetta di voti. Risultato? Da un misero 4-5% a livello nazionale, a Catanzaro, Parma, Viterbo o Palermo i suoi candidati sono arrivati al 15, talvolta 20% di consensi. Quanto basta, ora, per fargli evocare un «Terzo Polo» con la «C» di Centro, appunto, al prossimo appuntamento elettorale. Al posto della «A» di Azione, la «C» di culo… pardon, di «Centro», non con un singolo partitino ma con un vero e proprio movimento trasversale che ricandida Draghi alle elezioni, qualora lo stesso Draghi lo volesse.

L’idea c’è, prende piede e poggia persino su gambe sicure. Perché la voglia di «Centro» non è mai morta in Italia, sebbene abbia sempre prevalso un’altra «C» nelle urne. E perché, come noto, ci sono ampi pezzi di Forza Italia a cui sta stretta la morsa dei sovranisti in cui si trova avvinghiato il Cavaliere, tra Meloni e Salvini. Così come ci sono ampi pezzi di Italia Viva a cui stanno strette le corse in solitario del leader Renzi (avvinghiato anche lui in un ego sterminato che gli impedisce di ri-consegnarsi al Pd per spuntare qualche seggio al prossimo giro) e non vedono l’ora di collocarsi in un’area ampia dove dormire più sereni, con un posto al caldo che quel 2,5-3% di consensi non gli garantisce. Ma ecco, è qui che casca l’empatia.
Calenda – poco empatico - non vuole consegnarsi all’alleanza con Renzi e dice di guardare a Draghi e Giorgetti, l’anima «riformista» della Lega. Renzi (empatico? Antipatico a tanti) non vuole consegnarsi a Calenda dopo l’exploit delle amministrative e dice di guardare a tutti i riformisti, Pd compreso. Draghi guarda allo scenario internazionale e non vede né Calenda né Renzi. E aspetta, semmai, il plebiscito in tutto il Parlamento - come accaduto con l’elezione del Presidente della Repubblica - per decidere se rendersi disponibile al bis o meno, semmai lasciando l’ultima parola all’Europa. L’empatia, diciamocelo, è sconosciuta anche a lui: SuperMario per tutti, salvatore della Patria per tanti, ma empatico proprio no.

Ecco, tra un astro nascente e crescente come la Meloni (che con queste amministrative si è già aggiudicata la candidatura a premier del centrodestra) e un astro costante come il Pd di Letta (anche lui proiettato ad una ri-candidatura a premier se Draghi molla), con in mezzo l’astro discendente di Salvini e la progressiva, inesorabile sparizione dei Cinque Stelle, come si collocherà la stella del «fattore C», il grande «Centro» di Calenda? Riuscirà a trovare l’intesa sul progetto con altri co-leader che tutto sono tranne empatici (e per questo gli assomigliano)? E ancora: può una forza che si candida a guidare il Paese dei mille campanili, ricandidando un leader europeo qual è Draghi, non avere un cenno di presenza/esistenza in alcuni territori, si pensi alla Puglia, ovvero in quel Sud che dovrebbe beneficiare e trainare le magnifiche sorti progressive del Pnrr? Perché una cosa va detta. Da queste parti la «A» di Azione non esiste, Calenda è messo al bando e il plenipotenziario della politica, l’Emiliano asso-pigliatutto, gliel’ha giurata da tempo. A lui e a Renzi. Divisi su tutto, dalla decarbonizzazione dell’Ilva ai referendum sulle trivelle; dai rapporti con i grillini al populismo; dalle politiche sociali alle politiche industriali. Un abisso fatto di improperi, sgambetti elettorali, candidature alle regionali e dossieraggi incrociati.

Se sarà «C» di grande «Centro», al governatore della Puglia non rimarrà che tentare la sorta del terzo mandato alle regionali, perché per lui non ci saranno spazi nel Governo né Letta che tengano. Se, invece, sarà «Fattore C», ce ne vorrà anche da queste parti per far votare Draghi e la nuova alleanza di Calenda. Perché in quanto a «C» modello Bonolis, pure Emiliano se ne intende eccome.

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