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La riflessione

Malattia e potere: niente scuse per lo zar Putin

Vladimir Putin

Inquietante il suo paragonarsi a Pietro il Grande, saranno i posteri a chiarire se e quali diagnosi accreditare

12 Giugno 2022

Gino Dato

Putin come Pietro il Grande? L’inquietante paragone che il presidente ha sciorinato avvalorerebbe le indiscrezioni che lo vorrebbero sempre più paranoico? Che il suo richiamo a un grande statista discenda da una malattia, una sindrome acuta di annessione, o da una autopromozione davanti a una platea di giovani imprenditori, non sappiamo. E lasciamo agli esegeti del suo pensiero.

«Pietro il Grande ha guidato la  Grande Guerra del Nord per 21 anni. Sembrava stesse togliendo qualcosa alla Svezia», ha ricordato il capo del Cremlino. «Non le stava togliendo nulla. Stava riprendendo il controllo» di quello che apparteneva alla Russia e rafforzando il Paese… Newsweek ha citato nelle settimane scorse fonti di agenzie dell’intelligence americana, dalle quali trapela la preoccupazione per la «salute» di Putin. Il suo presunto stato e isolamento renderebbe imprevedibile non solo una valutazione della presunta patologia ma anche e soprattutto gli sviluppi della guerra in Ucraina, così come un eventuale passaggio di poteri.

Sulla malattia del presidente russo - e le ipotesi si allargano dalla demenza al Parkinson alle paranoie annessionistiche -, sulla corte di medici specialisti che lo visiterebbero in tutta segretezza, come un fiume carsico le indiscrezioni percorrono, riaffiorano e si inabissano nella narrazione quotidiana del conflitto.

Diverse considerazioni investono il rapporto che si instaura tra un leader e il suo potere, tra le sue patologie e funzioni, infine tra la necessità di una successione e le regole di una democrazia.

La malattia appartiene alla vita, di tutti noi, smantella perciò il senso comune dell’onnipotenza dei potenti e li riconsegna alla variabilità e caducità dell’umano. Ma nella storia dell’uomo, specie in età contemporanea, la tendenza è quella di negare e/o celare quelle manifestazioni o affezioni patologiche che debbano in qualche modo coinvolgere il corpo e la mente di un capo, un leader, un uomo di potere, sino a inficiarne le sue facoltà. A cominciare proprio da quei disturbi, manie di grandezza o di onnipotenza, che sembrano «consustanziali» alla gestione del potere.


Con la modalità elusiva o omissiva - rimango vago o nego - noi miriamo come a preservare l’aura di sacralità che il corpo sociale, magari inconsapevolmente, tributa a chi rappresenta il potere, quasi sia una riserva divina e intangibile dalle miserie comuni e che le sue condizioni, di per sé, garantiscano sicurezza e stabilità.

Nella dialettica di un equilibrio di poteri, specie in una democrazia, dove si suppone che ci sia una rappresentanza e la volontà di una maggioranza, oltre che garanzie di governabilità dobbiamo immaginare che la sussistenza di uno stato patologico debba riaprire proprio la questione centrale della gestione dei poteri. Per ragioni che appaiono fin troppo evidenti e che attengono alla regolarità delle funzioni e delle prestazioni, così come coinvolgono la stessa salute mentale del soggetto.

Ma nella malattia di Putin la narrazione si è sviluppata secondo modalità che non sono quelle comuni in atto per tutti gli altri potenti del mondo. Generalmente accade che la fuga di notizie e/o la loro voluta diffusione servono solo ad addolcire e a riportare con i piedi per terra l’aura del potente, quasi ad avvicinarlo a noi, a umanizzarne le azioni, a volerne giustificare anche i comportamenti, se non addirittura a esaltarne la longevità. L’ultimo è il caso della regina d’Inghilterra. Il suo eclissarsi in alcuni momenti del Giubileo di platino è servito quasi a consolidare le simpatie di tutti per i suoi 70 anni di regno.
Nel mosaico complesso della storia di Putin le voci che si susseguono producono invece l’effetto contrario: servono quasi a intaccarne le posture di sfinge, a demolirne l’immagine, ad accelerarne il tramonto, a voler proiettare sull’immediato futuro l’ombra di un grave stato di paranoia.

Saranno i posteri a chiarire se e quali diagnosi dobbiamo accreditare per Putin. Importa tuttavia ripristinare la verità storica. Perciò, per favore, sfrondiamo gli eventi di tutti quei rumors che offrono una ricostruzione artefatta e quasi precostituiscono le «giustificazioni» agli errori e allo smanioso disegno dello zar di (non) tutte le Russie, che nessuno ha ancora dimostrato non sia un genocidio.

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