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LA RIFLESSIONE

No, non è la BBC o forse sì: possiamo sognare una tv di tolleranza?

No, non è la BBC o forse sì: possiamo sognare una tv di tolleranza?

Il nostro presente di cittadini ed elettori condizionati dai «capitani» della televisione

19 Maggio 2022

Pino Donghi

Complice una moglie madre lingua inglese, fin dall’inizio della guerra russo-ucraina ho seguito molta informazione sui canali britannici, un po’ di quella americana, qualche volta Al Jazeera e France 24English. Uno dei primi giorni del conflitto mi è capitato di seguire, sulla BBC, una seduta del parlamento inglese dove i deputati si alzavano a turno, intervenendo per venti, forse quaranta secondi massimo, ponendo domande fattuali e chiedendo chiarimenti al Primo Ministro Boris Johnson che, alla fine di ogni intervento, rispondeva replicando mediamente in quindici, venti secondi al più. Non tutte le questioni mi sono sembrate pertinenti, qualche risposta mi è parsa elusiva, sicché nell’arco di meno di due ore credo di avere seguito un dibattito al quale hanno partecipato buona parte dei deputati eletti, ognuno ricevendo risposta dal governo. E mi sono fatto un’idea.

Nel parlamento italiano, per quasi tutta la mia vita di cittadino elettore, si sono seduti politici di professione, le cui professioni civili difficilmente si distinguevano dall’avvocato/magistrato o dall’ingegnere. Non si stava meglio quando si stava peggio, non è questo il punto, tantomeno il giudizio: oggi deputati e senatori rappresentano uno spaccato professionale certamente e positivamente più vario. Sicché il ruolo influisce, anche sugli atteggiamenti e sul linguaggio, e quando seguo un dibattito alla Camera o al Senato mi colpisce sempre come molti, troppi rappresentanti del popolo, e curiosamente anche quelli assai «popolari», si sentano in dovere di citare schiere di filosofi – con una spiccata prevalenza per l’antica Grecia e la Roma caput mundi – così da sostenere interventi che giudicare vacui è ancora poco. Parodiando un po’ (ma mica tanto): «Come avrebbe detto Aristotele, buon pomeriggio!»… e certo, magari anche il grande Aristotele avrà detto chissà quante volte buongiorno o buonasera, ma che c’entra? In genere, di cosa pensano coloro che mi rappresentano, quale che sia il punto in discussione, riesco con difficoltà a farmi un’idea. Parimenti le repliche dai banchi del governo sono spesso infarcite di dotte considerazioni, di colti riferimenti: che se la domanda in sostanza è, «quanti mesi dureremmo senza il gas importato dalla Russia?», la risposta dovrebbe essere un numero, non una voce dal dizionario delle citazioni. Pace.

Passo allora a seguire le trasmissioni di approfondimento in TV, che oggi si chiamano talk-show, anche se non hai un coniuge d’oltre Manica. Pace anche per questo. Quando va bene, sono utili per capire cosa pensa il conduttore. Si fa un gran discutere, infatti, su quello o l’altro ospite, sugli esperti: l’altro ieri erano i virologi, ieri i «quirinalisti», oggi gli studiosi di geo-politica, gli analisti militari, gli storici e studiosi della grande madre Russia, gli inviati dagli USA, i sinologi. Alcuni sono scritturati con il palese intento di guadagnare qualche decimale d’ascolto, e a poco valgono le farlocche giustificazioni dei conduttori: è il modello Sgarbi, fin dai suoi esordi al Maurizio Costanzo Show. Fin qui si è già scritto e letto molto. Quel che mi colpisce, invece, è la prevalenza del conduttore, la sua «solare» centralità. Gli ospiti sono sempre molti, mediamente troppi e tanto tempo devono attendere prima di avere i pochi minuti che il conduttore gli concede. All’ex Generale di corpo d’armata si indirizza una domanda chilometrica, che all’osso sarebbe «qual è la situazione sul campo?», per la quale gli si chiede una risposta telegrafica, iniziando ad argomentare la quale prontamente viene interrotto dalla spiegazione pedante e condiscendente del conduttore-pedagogo che insegna come parlare, all’ospite, e come comprendere, a tutti noi telespettatori. E poi, certo… la pubblicità! Il tutto dentro maratone infinite, esplosioni di innumerevoli cartelli, interruzioni dell’ultima ora per la dichiarazione dell’ultimo arrivato, spesso ininfluenti al dibattito, salvo influire sulla concitata conduzione, a simulare la tracimante emergenza dell’attualità che il nostro conduttore-comandante tiene sotto controllo.

Torno a sintonizzarmi sulla BBC e m’imbatto in HARDtalk, trasmissione condotta prevalentemente da Stephen Sackur. Mezz’ora circa, un solo ospite che viene sottoposto ad un fuoco di domande HARD, cortesi nella forma ma assai poco condiscendenti: chi accetta l’invito sa a cosa va incontro. Lo stesso vale per noi pubblico, i discorsi sono difficili, chiedono concentrazione e una buonissima disposizione a cercare di capire cose che sono oggettivamente complesse. Così è la vita. Stephen Sackur incalza, ma non è lui il protagonista, e nemmeno il suo ospite: è il tema. Anche da noi ci sono eccezioni, ovviamente, e non mi fa velo la felice collaborazione con questo giornale se suggerisco di seguire Dilemmi condotta su RAI3 da Gianrico Carofiglio. Temi difficili. Uno degli ultimi sul fine vita: due soli ospiti, più che appropriati, conduzione… all’inglese. E se per una volta riuscissimo davvero a fare come la BBC? E se il Parlamento italiano provasse finalmente a legiferare, magari esentandoci dalle citazioni latine?  Troppo difficile?

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