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In Puglia e Basilicata

LA MEMORIA

La lezione di Franco sempre più viva nel Mediterraneo reso merce

La lezione di Franco sempre più viva nel Mediterraneo reso merce

Franco Cassano vivo nella memoria dei cittadini baresi

Se il socialismo in un Paese è stata una tragedia, esaurire l’opera di Cassano in un solo convegno rischia di essere una farsa

19 Maggio 2022

Onofrio Romano

Si lamenta inutilmente Giuseppe Lupo su queste colonne (il 17/5/2022) per l’assenza nel forum sorrentino sul Mezzogiorno, voluto dal ministro Carfagna, di ogni riferimento ai padri del pensiero mediterraneo, da Matvejević a Camus fino al nostro Franco Cassano, senza i quali, egli sostiene, non si può andare «Verso Sud» (titolo dell’iniziativa), se non in forma avversativa (contro il Sud).
L’omissione di quei nomi sia dalla discussione sia dalla bibliografia del Libro bianco che ne ha prefissato gli intenti è del tutto legittima. Non c’era, infatti, da parte dei promotori nessuna pretesa di riconoscere nel Mediterraneo un mondo altro, bensì semplicemente uno spazio sottoutilizzato in cui provare a sciogliere gli inceppi recenti del capitalismo, soprattutto dopo la chiusura del sogno globalista sancita, in ultimo, dalla guerra in Ucraina.

Il Mediterraneo è fatto così. Produce frustrazione. La grandiosità delle aspettative promosse dalle belle menti che sulla materia si sono esercitate è inversamente proporzionale alla taglia delle realizzazioni conseguite. Le visioni mediterranee promettono - e non mantengono - mondi variopinti dalle manifatture avverse alle dinamiche dominanti. Immaginario e cultura finiscono immancabilmente relegati nelle gabbie grafiche dei cartelloni festivalieri che molestano la pace estiva delle comunità rivierasche. E lì dimorano in eterno. Il ritorno di fiamma del Mediterraneo, dunque, equivale al meglio ad una mera valorizzazione del suo spazio fisico, più precisamente, ad un trasferimento in esso delle consuete logiche sviluppiste tese a esplorarne e potenziarne le opportunità competitive. Esclusa, invece, è la possibilità che le sommerse civiltà mediterranee facciano valere statuti immaginari e dispositivi normativo-valoranti alternativi. Detto altrimenti, disincagliare il Mediterraneo dalla sua marginalità non significa permettere all’immaginario delle civiltà in esso presenti di recuperare vigenza, bensì offrire in sacrificio il suo territorio al business as usual, secondo i canoni classici dell’onni-valorizzazione.

Da questo punto di vista, il balzo all’indietro compiuto negli ultimi trent’anni è pauroso. Se negli anni novanta - quando Il Pensiero Meridiano di Cassano fu dato alle stampe - vi erano ancora timidi, magari velleitari tentativi di tenere assieme pensiero e azione politica, oggi l’atto, alla Carmelo Bene, va avanti da sé senza legame alcuno con le elaborazioni riflessive. Che fare? Recriminare è doveroso, come ha azzardato Lupo. Nessuno lo nega. Ma l’unico vero servizio che possiamo rendere ai contemporanei è mantenere memoria del «grande pensiero» e sperare che qualcuno laggiù nel futuro necessiti di recuperarlo in forma di «grande politica». È questo che, nel suo piccolo, l’Università di Bari farà da oggi dedicando tre giornate di studio alla figura e all’opera di Franco Cassano. Certo, costruire un convegno su Cassano è anch’essa un’esperienza frustrante. «Come la si fa, la si sbaglia». Ci si avvede immediatamente che la sua sollecitazione ad attraversare mondi differenti non era semplicemente una raffinata speculazione filosofica o una predica a buon mercato.

Cassano quell’idea l’ha praticata lungo tutto il suo percorso umano e intellettuale. Si tocca con mano la straordinaria capacità del suo pensiero di fecondare, ispirare, nutrire i mondi più disparati, lontani e spesso avversi intellettualmente, politicamente e diremmo quasi antropologicamente. Ogni tentativo di rappresentare questi mondi, di dar loro voce all’interno di un convegno appare dunque largamente deficitario. Raccogliersi intorno alla memoria di Cassano significa esporsi in vivo all’ossimoro, ai dissoì lógoi, alla tragedia dell’inconciliabilità. Coloro che hanno avuto l’onore e l’onere di farsene carico si sono ritrovati, in virtù del facile titolo di «allievi», di fronte al rischio di autonominarsi guardiani del tempio, depositari del Cassano «autentico» da scagliare contro ogni forma di appropriazione indebita, rimasticazione superficiale e distorta. E assumere questa postura è il torto più grande che si può fare alla personalità e allo spirito di Franco Cassano, il quale più che parlare amava ascoltare e imparare. Da chiunque. È chiaro, tuttavia, che questo principio entra immediatamente in contraddizione con la necessità di selezionare le voci, che un convegno necessariamente implica.

Che fare, dunque? In primis, togliersi dalla testa l’idea che tutto debba precipitare in questo appuntamento: se il socialismo in un solo paese è stata una tragedia, esaurire la figura e l’opera di Cassano in un solo convegno rischia di essere una farsa. E allora questo appuntamento va interpretato semplicemente come il rito di avvio di un percorso, che ci auguriamo lungo e articolato, di valorizzazione del lascito cassaniano, attraverso seminari, cicli di incontri, pubblicazioni, ricerche e studi. Quale forma dare al percorso, si vedrà. Ma questo è l’intento. Per ora non possiamo che, molto modestamente, evocare i temi e le linee di riflessione attraversati da Cassano, nonché provare a restituire il senso del suo impegno civico e politico. Pensiero e azione. Futuri sposi, si spera.

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