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Editoriale

C’è pure la guerra delle parole Ucràina/Ucraìna

Scontro tra Russia è Ucraina: la guerra è davvero alle porte?

Riprendiamoci la responsabilità di immaginare un futuro possibile, senza essere costretti a inseguire l'emergenza del momento

05 Marzo 2022

Michele Partipilo

La pandemia e la guerra in Ucraina mostrano quanto sia volubile l’agenda delle priorità. Di fronte agli eventi – quelli veri – si scoprono il tempo e le energie sprecate dietro falsi problemi e liti di bottega. Ma anche errori e miopie. Per una settimana siamo stati succubi di Sanremo e dei suoi riti, sembrava che il mondo ruotasse attorno a quattro canzoni. È seguita la questione referendum: quelli bocciati, quelli ammessi, con tutto lo strascico polemico. Da ultimo il tema dei costi energetici, ormai alle stelle.

Poi un bel giorno, i carri armati russi schierati al confine ucraino per le «grandi manovre» hanno cominciato a manovrare davvero sputando fuoco, morte e distruzione sulla terra che dalle ceneri del comunismo aveva creato un laboratorio di democrazia. Obiettivo pericoloso e inviso a ogni dittatura, meglio sbaraccare tutto. La guerra ucraina è partita così, prendendo un po' alla sprovvista, soprattutto chi ancora s’illudeva che Putin bluffasse. Invece no e ora l’Europa ferita e sgomenta è in guerra. Perfino gli algidi svizzeri hanno interrotto la tradizionale neutralità per stare al fianco di Kiev. Non sappiamo se per calcolo o sincera partecipazione, però l'hanno fatto.

Così l'agenda mediatica e politica italiana è cambiata, dalla sera alla mattina. Agli inviati a Codogno si sono sostituiti quelli a Kiev e a Dnipro, stesse privazioni, stesse dirette non stop, stessi rischi di lasciarci le penne: prima protetti da guanti e mascherina, ora da elmetto e giubbotto antiproiettile. Dopo tre giorni di combattimenti è stato chiaro che il blitzkrieg (guerra lampo) cui puntava Putin era sfumato e così tutti i cronisti televisivi hanno mutato la pronuncia: da Ucràina (con l’accento sulla a) a Ucraìna (con l’accento sulla i). Qualcuno ha avuto il tempo di rileggere un vecchio articolo dell’Accademia della Crusca e di scoprire che la prima è una pronuncia «alla russa» e la seconda «all’Ucraina». Dunque, tutti per l’accento sulla i, perché la resistenza passa anche per le parole.

Nei palazzi della politica è cambiata l’aria: di fronte alla guerra ogni cosa riprende bruscamente la sua vera dimensione. La campagna per i referendum può aspettare e può aspettare anche la riforma della giustizia. In coda pure la questione ambientale. Adesso si tratta di scegliere se continuare a scaldarci, a far funzionare i nostri computer e a spostarci. Anche i più ostinati ambientalisti sono per la doccia calda e la connessione continua alla Rete, ergo serve energia. Per cui si riattivano le vecchie e vituperate centrali a carbone, si prova ad acquistare gas da altri Paesi. Il gasdotto di Melendugno, che tante cronache e manifestazioni costò alla Puglia, oggi è osannato più dell’acquedotto pugliese. Tanto che si parla di raddoppio della portata e cambia l’accoglienza per l’altro gasdotto destinato ad approdare in Puglia, il «Poseidon»: dal Mediterraneo orientale trasporterà metano a Otranto. Alle manifestazioni di protesta si sostituiranno forse la banda e i cori dei bambini, se nel frattempo non avremo ancora cambiato idea.

Ma alle stelle non è solo il prezzo dei combustibili: carissimi anche grano, foraggi e concimi, stringendo un cappio attorno ai prodotti agricoli, già vittime dell’aumento dei costi energetici. Produttori e associazioni di categoria suonano l’allarme. Già, l’allarme, ma in concreto non si fa nulla. La dura lezione arrivata dalla pandemia non è servita. Non abbiamo imparato nulla dalla carenza di mascherine che tanti morti provocò nella prima fase della pandemia. La produzione mondiale di mascherine era concentrata in due sole aziende, entrambe cinesi. Morale, per lunghi mesi abbiamo combattuto a mani nude, perché anche camici monouso e guanti in lattice erano prodotti in pochissime aziende collocate dall'altra parte del mondo. Produzioni con scarso valore aggiunto, dunque da lasciare ai poveracci. Ora scopriamo la stessa cosa per il grano: scarso valore aggiunto, scarsi guadagni. Ne sanno qualcosa gli agricoltori che ancora si ostinano a coltivarlo nel Tavoliere. La verità è banale: anche in economia pluralità, differenziazione, diversità favoriscono la crescita. Al contrario la concentrazione, la monocultura danno un vantaggio immediato maggiore, ma alla fine la bolla esplode. E ce ne accorgeremo ora che le giustissime sanzioni imposte alla Russia faranno scarseggiare altri prodotti: non il caviale o la vodka, dei quali si può benissimo fare a meno, ma il ferro e il rame. Gli allarmi e i cortei di protesta andrebbero sostituiti con scelte intelligenti e ponderate che abbiano i decenni per orizzonte.

I nostri nonni anche a 80 anni piantavano alberi, sapevano che non ne avrebbero mai visto i frutti. Ma non era questo che interessava, loro pensavano al futuro. Riprendiamoci la responsabilità di immaginare un futuro possibile, senza essere costretti a inseguire l'emergenza del momento.

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