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L'intervista

Luciana De Fazio: «Vi racconto chi era il mio Franco Cassano»

Franco Cassano

Franco Cassano

A quasi un anno dalla scomparsa del sociologo barese, il libro della moglie e compagna di vita dal titolo «La contraddizione dentro», edito da Laterza

19 Febbraio 2022

Leonardo Petrocelli

«Questo non è un libro a cura di Franco Cassano. Questo libro è Franco Cassano». A quasi un anno dalla scomparsa del sociologo barese, la moglie e compagna di vita Luciana De Fazio racconta la genesi del volume «La contraddizione dentro», da due giorni in libreria per la collana «i Robinson/Letture» di Laterza. Un testo agile e stringente in cui l’autore del Pensiero meridiano riattraversa «temi da far tremare i polsi» - religione, giustizia, globalizzazione - divertendosi «a smontare immediatamente un’affermazione per vederne il verso opposto. Com’era nel suo stile».

«Credo lo abbia scritto tra fine 2016 e inizio del 2017, quando era ancora in Parlamento - racconta De Fazio -, ma io inizialmente avevo respinto quel testo dopo aver letto alcuni riferimenti al suo essere diventato più debole, all’incognita di ciò che rimarrà dopo». Una sorta di pensiero della fine che però, dopo la sua scomparsa, ha assunto un’altra forma. «A quel punto - riprende - ho capito che quella verità, tra tante virgolette, andava comunicata. Pubblicare il libro era diventato un dovere. E l’editore Alessandro Laterza è stato gentilissimo nell’accogliere la proposta di far continuare a parlare Franco. Perché di questo, alla fine, si tratta».

Cosa ci restituisce di Franco Cassano questo libro?

«Nel volume c’è il suo pensiero, il suo “filo” filosofico, la sua ricerca. Ma emerge forte la voglia di essere discusso, interpretato, perfino male interpretato, ma non dimenticato. Se l’alternativa è fra le ultime due possibilità, meglio la prima della seconda».
Da questo punto di vista, cioè quello della memoria, il Pensiero Meridiano, il suo libro più celebre, è stata una prigione?
«Di certo è stato un libro decisivo. Lo ha fatto conoscere, ha messo in moto delle energie che poi si sono aggregate in esperienze diverse. Ma è stata anche un prigione. Senza dubbio. Non si è mai identificato solo con quel libro».

Quante vite ha attraversato Cassano?

«Tante ma tutte “dentro”. Quel suo essere grande anche in senso fisico era un modo per tenere ogni cosa dentro a cominciare dalle letture. Ingoiava tutto. Bulimia di libri, di pensieri, di esperienze. E nonostante questo si domandava: quanti bambini non sono stato? Eppure tutta questa abbondanza non veniva riversata nei suoi libri. Ha scritto sempre volumi brevi, mai un trattato».

E allora entriamoci in queste vite: qual è la traccia principale?

«Il suo cammino è stato sempre sostenuto, fin dalla giovinezza, da un grande amore per le epopee collettive. Un dato costante. Partirei da qui».

In un mondo di intellettuali «battitori liberi» e di corpi collettivi in dissolvenza da dove nasceva questa tensione?

«È una lezione che ha appreso in prima battuta dallo sport. Quando fu eletto in Parlamento, nella piccola biografia di presentazione che gli chiesero di scrivere, inserì proprio questo concetto: “Ho sempre cercato di portare nella vita civile e politica questa morale del gioco collettivo”».

È nota la sua passione per il nuoto.

«Ha fatto nuoto fin da ragazzino: stile libero e, soprattutto, delfino. Erano tempi in cui non c’erano piscine coperte. D’estate si allenava al Trampolino, d’inverno in una struttura dell’Inail. Per lui era una passione innanzitutto fisica, anche se del nuoto non amava la solitudine dell’atleta. Le epopee collettive, appunto».

Fra queste c’era anche il calcio.

«Era tifoso dell’Inter e si approcciava al calcio allo stesso modo di tutto il resto: leggendo, studiando. Ricordava le formazioni a memoria. Mi raccontò di essersi appassionato da bambino ai nerazzurri perché gli piaceva un portiere, Giorgio Ghezzi».

Ci risiamo con la solitudine. Anche il portiere è un uomo solo...

«Giusto, ma senza di lui la squadra non può reggere. Anzi, non può esistere. Questo rapporto complesso con l’individuale e il collettivo dice molto di lui».

Questo «molto» come si è declinato nella sua militanza nel Pci e nell’esperienza di «Città plurale»?

«Lo faccio dire a lui, recuperando una sua espressione: stare ai bordi del corteo. Al corteo ci andava da militante del Pci ma non nel centro, non nel cuore della manifestazione. Sempre in “periferia” perché da lì il centro si vede meglio. È l’essere provincia senza vergognarsene».

Con Città plurale, però, un passo in avanti è stato fatto.

«Quando ha percepito che una serie di forze si erano messe in moto non si è sottratto. Ha avvertito il dovere di partecipare. Ed è andato avanti finché non ha avvertito una certa stanchezza e ha deciso di passare il testimone».

L’ultima tappa è quella della prima linea: candidato capolista con Pd al Senato nel 2013. Niente più bordi del corteo.

«Franco prese quella proposta come un riconoscimento del ruolo dell’intellettuale Cassano».

Fu una scelta facile?

«Per nulla. Ne parlammo moltissimo. Io e molti altri l’abbiamo spinto ad accettare perché rifiutare avrebbe voluto dire chiudere e poi magari pentirsi».

È finita che si è pentito di aver accettato.

«Sì, si è pentito. L’esperienza è stata di fatto molto deludente. La politica la facevano in pochi. Franco non era adatto e non si ritrovava».

Qualcuno lo anche accusato di aver ceduto alle sirene del renzismo.

«Non era vero ma quella era un’accusa che circolava insieme all’idea che non fosse più un intellettuale libero. Altra cosa completamente falsa. Di tutto questo soffrì moltissimo».

Questi «veleni» ripropongono una domanda che fu formulata anche sul nostro giornale al momento della sua scomparsa: alla fine, Franco Cassano ce lo siamo meritato?

«Sì, perché senza i lettori e gli appassionati non ci sarebbe mai stato nemmeno lui. Franco non pensava ma per sé, ma sempre per gli altri. E, soprattutto, gli altri amava ascoltarli».

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