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In Puglia e Basilicata

Economia

Puglia, un rincaro tira l’altro: continuano a salire i prezzi di olio, pane, pasta

Puglia, un rincaro tira l’altro: continuano a salire i prezzi di olio, pane, pasta

Rispetto a maggio si è registrato un decremento dell’1,4%. I prodotti di grano duro costano almeno un terzo in più dell’estate scorsa 

13 Luglio 2022

Flavio Campanella

Il livello dell’inflazione ha un’origine precisa e preponderante: la tensione nel mercato dei beni energetici. Il +8% rilevato dall’Istat relativo a giugno (valore molto vicino a quello del 1986) dipende principalmente da gas (che incide anche sull’energia elettrica) e carburante, ma è inevitabile che gli aumenti si riverberino anche sul costo dei beni alimentari.

In realtà, secondo le elaborazioni fornite dall’Istituto pugliese per il consumo (cui sono affiliate le 15 associazioni di consumatori più rilevanti a livello nazionale e regionale) dopo il monitoraggio effettuato nei mercati coperti di Santa Scolastica in via Papa Giovanni XXIII, Madonna del Carmelo in corso Mazzini e dell’ex Manifattura in via Ravanas e in decine di supermercati della provincia (a Bari Coop viale Pasteur, Deca, De.co, Dok, Famila, Lidl, tra gli altri), le variazioni su base mensile sono contenute. Anzi, complessivamente c’è addirittura un decremento medio dell’1,4% a giugno rispetto al mese di maggio, riduzione determinata dai prodotti di stagione: -11,4% per la frutta fresca e -1% per ortaggi e verdura, un decremento limitato a causa di alcuni rincari: ad esempio, le cicorie (1,51 euro al chilo da 1,26, +19,8%) e le carote (1,17 euro da 1,10, +6,4%). Una frenata c’è, dopo una serie di aumenti, anche per l’olio (-0,7%) e per la carne (-1,4%), ma non per cosce di tacchino (6,39 euro al chilo da 6,23, +2,6%) e di pollo (5,14 euro da 5,06, +1,6%), filetto di tacchino (12,06 euro da 11,94, + 1%) e soprattutto bistecche (18,36 euro da 17,58, +4,4%) e fettine di vitello (17,38 euro da 16,81, +3,4%). In discesa (-4,1%) anche i legumi, mentre risultano in ascesa pane e pasta (+3,4%), trascinati dai prezzi delle farine integrali (pane 4,19 euro al chilo da 3,41, +22,9%; pasta 1,44 euro da 1,40, + 2,9%), il pesce (+0,2%), soprattutto a causa di acciughe (8,13 euro al chilo da 7,05, +15,3%), sgombri (7,48 euro da 6,75, +10,8%), orate (11,53 euro da 10,73, +7,5%), merluzzi (14,16 euro da 13,24, +6,9%) e calamari (16,34 euro da 15,66 di maggio, +4,3%), formaggi e salumi, in rialzo, rispettivamente, del 2,3% (scamorza a 9,39 euro al chilo da 8,88, +5,7%) e dello 0,3% (prosciutto cotto a 14,60 euro da 13,78, +6%).

Se a livello congiunturale si rileva una leggera contrazione, il dato tendenziale annuo fotografa invece ampiamente l’accelerazione dei prezzi. A giugno, rispetto allo stesso mese del 2021, il rialzo complessivo (considerando tutti i prodotti monitorati dall’Ipc) è del 15,6%. In tutti i settori c’è un incremento netto, ma in alcuni si rileva un picco straordinario. L’olio è in cima alla classifica (+37,7%): ci sono ritocchi per l’olio d’oliva e l’extravergine, ma olio di semi di girasole (3,11 euro al litro da 1,64, +89,6%), olio di semi vari (2,93 euro da 1,56, +87,8%) e olio di mais (2,98 da 1,84, +62%) sono quelli schizzati maggiormente (e in assoluto). Ma sono le cifre relative a pane e pasta, beni primari ed essenziali, a impressionare: si registra un +31,4% complessivo, con il pane di grano duro che tocca i 4,19 euro al kg, da 2,64 di un anno fa, con un balzo dunque del 58,7%. Anche per la pasta di grano duro le famiglie stanno spendendo di più: a giugno un terzo in più (1,44 euro da 1,07, +34,6%). Il balzo riguarda anche i panini (3,30 euro al chilo da 2,68, + 23,1%) e pane (3,77 euro da 3,13, +20,4%) e pasta (3,77 euro da 3,13, +20,4%) di farine integrali. Più contenuta, ma comunque rilevante, la crescita di ortaggi e verdura (14%; peperoni 2,59 euro al chilo da 1,82, +42,3%; zucchine 1,48 euro da 1,11, +33,3%), dei legumi (+13,3%; piselli 3,13 euro al chilo da 2,54, +23,2%), della frutta fresca (11,4%; meloni gialli 1,99 euro al chilo da 1,49, +33,6%; angurie 1,02 euro da 0,82, +24,4%), del pesce (+11,1%, col picco della sogliola: 23,11 euro al chilo da 16,76, +37,9%) e della carne (+10,9%; filetto di tacchino 12,06 euro da 9,18, +31,4%). Pure per i formaggi e i salumi ci vogliono più soldi: l’aumento è, rispettivamente, del 7,2% e del 3,8% (pecorino 15,13 da 13,03, +16,1%; mortadella 11,27 al chilo da 10,65, +5,8%).

Considerando poi un periodo più lungo, il paragone fra i prezzi attuali (giugno) e quelli del gennaio del 2021 (quindi 18 mesi fa) fa emergere dettagli interessanti. A parte il +113% dell’olio di semi di girasole, il +55,8% del pane di grano duro, il +52,5% delle cosce di tacchino e il +25,6% della mozzarella di bufala (tutte le variazioni sono leggibili nel grafico a destra), quel che spicca è la differenza di prezzo solo apparentemente contenuta di alcuni prodotti. In realtà, col confronto in stagioni diverse, lo scarto è rilevante. Prendiamo ad esempio il pesce: comprare le canocchie adesso costa più che a Natale del 2021 (13,45 euro al chilo e non 10,97, +22,6), così come acquistare le orate (+20,7%), le sogliole (+18,3%), il rombo (+15%), il tonno rosso (+10,9%), le spigole (+10,3%) e anche altre specialità. Non solo: anche per alcuni tipi di frutta fresca, di ortaggi e di verdure adesso si paga addirittura di più rispetto alla Befana del 2022: +67,9% per le albicocche, +23,9% per i limoni, +20.8% per i fagiolini, +17,6% per i pomodori da insalata, +17% per le patate. «I forti rincari - afferma Dario Durso del Codacons di Bari - riguardano moltissimi beni di prima necessità o di largo consumo, con picchi di prezzo non indifferenti a giugno su base annua anche per i frutti estivi, quali i meloni gialli e le angurie (+24,4%), senza dimenticare gli importanti rialzi di ortaggi e verdure, dovuti principalmente agli alti costi di riscaldamento delle serre. Per il resto, a titolo esemplificativo, vorrei menzionare il nostro olio extra vergine d’oliva, per il quale si è registrato un aumento di prezzo in misura del 14,3%. Le cause di tale rialzo risiedono innanzitutto nell’utilizzo massivo, pari al 10% del totale dei consumi, di petrolio nelle fasi della raccolta delle olive, della produzione, del confezionamento e del trasporto. È davvero forte l’impatto che il rincaro energetico ha avuto su tutta la filiera».

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