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In Puglia e Basilicata

L'intervista

Marani: «I Dialoghi di Trani mostrano all’Europa la vitalità culturale del Sud»

Marani: «I Dialoghi di Trani mostrano all’Europa la vitalità culturale del Sud»

Oggi l’atteso debutto del Festival a Parigi. Il direttore dell’Istituto italiano di cultura affronterà il tema«Lingua matrigna» insieme a Piero Dorfles e Maddalena Fingerle

20 Settembre 2022

Fulvio Colucci

L’esordio francese dei Dialoghi di Trani, oggi (ore 19) all’Istituto italiano di cultura (Hôtel de Galliffet in rue de Varenne 50), segna uno spartiacque storico e proietta in una dimensione europea il Festival. Il dialogo «La lingua madre e matrigna, il linguaggio svela e nasconde» vedrà il direttore dell’Istituto italiano di cultura di Parigi, Diego Marani, impegnato in un confronto con Piero Dorfles e Maddalena Fingerle su un tema decisivo. E non solo dal punto di vista culturale. Domenica prossima (ore 19) Marani parteciperà in Piazza Quercia a Trani, al dialogo su «Minoranze, Identità, Diritti» con Kapka Kassabova e Cristina Battocletti.

Diego Marani, quali ragioni hanno favorito il «connubio» tra l’Istituto italiano di cultura a Parigi e i Dialoghi di Trani?

«In questi mesi l’Istituto ha ospitato una grande mostra sulla Puglia che ha toccato ogni aspetto della regione, dalla musica alla storia, alla linguistica all’arte. Mi è quindi sembrato giusto completare con un capitolo letterario. In più nella mia programmazione sto cercando di mettere in evidenza un’Italia meno conosciuta e più periferica, quella del Sud e delle frontiere che paradossalmente è proprio quella più aperta al mondo, più ricca di varietà culturale e più consapevole dell’importanza di stabilire contatti con altri popoli e culture. I Dialoghi di Trani è una manifestazione di grande pregio che testimonia della vitalità di questo altro Meridione e delle opportunità che può offrire non solo all’Italia ma all’Europa intera».

La «lingua matrigna» svela e nasconde: a che punto siamo con la manipolazione, con il rischio che le parole e il linguaggio non siano più quello che sembrano?

«La lingua è lo specchio di una società. Ne rivela il pensiero e la vitalità. Quando la lingua diventa incomprensibile, contorta e confusa è il segno che chi la parla non parla per comunicare ma per nascondere, per ingannare. Si inganna e si nasconde quando non si ha nulla da dire. Non per nulla la traduzione è il primo strumento che porta a galla la vuotezza di certi discorsi. Nel passaggio fra una lingua e l’altra il falso viene a galla. Quando parliamo o scriviamo dovremmo sempre pensare a come verrebbe tradotto in un’altra lingua quel che stiamo dicendo. È recente un articolo del Brussels Times che rivela che i politici quando sono costretti ad esprimersi in un altra lingua parlano più chiaramente».

L’istituto Treccani vara il nuovo dizionario «rispettoso dei generi». Cosa pensa del difficile equilibrio che si cerca di raggiungere?

«Credo che sia giusto che la nostra lingua rispetti la parità di genere e che si creino neologismi per indicare il femminile di ruoli e professioni. L’italiano ha tutta la duttilità che serve per adeguarsi a questi cambiamenti. Credo però anche che non vi sia posto nella nostra lingua per asterischi e altre mistificazioni che qualcuno vuole introdurre per rispecchiare così la parità di genere. Come ho detto, la lingua è espressione di una società. Quando una società è equa e inclusi a questo si rispecchia spontaneamente nella sua lingua, senza bisogno di forzature. In ogni caso la lingua è sempre più saggia e lungimirante di noi ed espelle da sola quel che non le è funzionale e va contro la sua natura».

Il «politicamente corretto» danneggia la lingua italiana?

«Il politicamente corretto è una forma di fanatismo e danneggia non solo la lingua ma anche il pensiero. Non si promuove il ruolo della donna nella società con le quote rosa ma con asili, scuole, trasporti, istruzione e apertura mentale. Non si corregge la storia abbattendo monumenti ma spiegando, studiando e soprattutto ricordando. Oggi c’è chi ha dimenticato che Bella ciao era la canzone dei partigiani che ci hanno liberati dal nazifascismo. La mia generazione la cantava a scuola. Sarebbe un suicidio per l’Occidente rinnegare la nostra filosofia e il nostro pensiero con l’argomentazione che sono il prodotto di maschi bianchi. La nostra cultura ha condizionato il mondo intero. Conoscerla vuol dire capire la nostra modernità senza nulla togliere alle altre culture, antiche e contemporanee, che oggi trovano il loro spazio e la capacità di esprimersi. La ricetta per combattere e sventare i mali del passato come del presente è la consapevolezza».

Linguaggio e politica, rapporto difficile. Pensa ci siano state ricadute in questa campagna elettorale?

«Le campagne elettorali sono come spot pubblicitari. Non si può pretendere di imparare qualcosa del prodotto in questione ascoltandoli. Ciò non toglie che anche uno spot pubblicitario possa essere fatto bene, divertente, comunicativo, suggestivo, azzeccato. I caroselli di un tempo avevano un loro pregio, tanto che quelli della mia generazione se li ricordano ancora. Il linguaggio della politica andrebbe studiato e gli slogan di questa campagna elettorale accuratamente smontati per vedere cosa nascondano, come funzionano, che sensibilità vogliono toccare. Sarebbe anche una cosa divertente è metterebbe alla berlina tante falsità e contraddizioni. Noi invece ce li beviamo tutti e li ripetiamo come se fossero grandi verità. Abbiamo parlato per anni di “convergenze parallele” e di “agibilità politica” e non abbiamo mai capito davvero cosa volessero dire».

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