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Musica d'autore

Paolo Fresu: «l mio primo disco? Lo incisi proprio a Bari»

Paolo Fresu: «l mio primo disco? Lo incisi a Bari»

Rita Marcotulli e Paolo Fresu

Il trombettista sardo si è esibito in duo con la pianista romana Rita Marcotulli a Sogliano Cavour, in provincia di Lecce, per il Locomotive Jazz Festival

06 Agosto 2022

Ugo Sbisà

«Con Rita Marcotulli ci conosciamo da sempre, sin da quando, negli Anni ‘80, frequentavo casa sua a Roma e ci trovavo Chet Baker, Furio Di Castri o i jazzisti scandinavi. Questo nostro duo, per ora, è un inedito per questa data pugliese al Locomotive Jazz Festival e per una seconda, in Sardegna a Berchidda, al mio festival. Si tratta di un progetto nato per passione e amicizia e poi anche per rispetto musicale».

Paolo Fresu descrive così il concerto di ieri sera nella piazza Diaz di Sogliano Cavour, nel cuore del Salento, dove tra l’altro è ospite del suo «figlioccio» Raffaele Casarano.

Il trombettista sardo ha infatti preso sotto la sua ala protettiva tanto il sassofonista di Sogliano, quanto anche altri jazzman salentini, come il bassista Marco Bardoscia o il pianista William Greco, che incidono per la sua etichetta Tuk Music.
Fresu, torniamo al concerto pugliese e al repertorio.

«Abbiamo già fatto quattro date in trio col violoncellista brasiliano Jaques Morelenbaum, per questo eseguiamo alcuni brani di quella formazione ripensati per duo, insieme ad altri che invece nascono appositamente e a qualche standard, delle nostre canzoni del cuore».

Lei è di casa in Puglia e, come se non bastasse, ha diversi musicisti salentini nel catalogo della sua Tuk Music. Come nasce il rapporto con la regione?

«Innanzitutto vorrei ricordare che il mio primo disco in assoluto l’ho inciso a Bari, negli studi Cavalieri, con una formazione guidata da Roberto Ottaviano. Poi col tempo sono venuto in contatto con una realtà nuova e molto stimolante, rappresentata non solo dai salentini: con la mia etichetta ho prodotto anche cose dei baresi Gaetano Partipilo e Mirko Signorile. In ogni caso, credo di poter affermare che nel panorama del jazz italiano la Puglia sia una delle regioni più vive, anche grazie all’attività di Puglia Sounds che forse oggi ha cambiato pelle, ma che quando è nata ha rivelato una visionarietà decisamente preziosa. La stessa, per dirne una, che aveva animato Pino Minafra nel creare il suo Talos Festival. Credo che la Puglia abbia preceduto molte altre regioni italiane in quanto a creatività e intraprendenza».

Qualità che in ogni caso devono puntualmente fare i conti con controparti pubbliche con le quali non è sempre facile dialogare. Del resto ne sa qualcosa anche lei: il suo Festival di Berchidda, dopo 35 anni, ha avuto qualche incidente di percorso.

«C’è sempre il tentativo di annichilire il senso della cultura da parte di personaggi discutibili. In Sardegna quest’anno sono stati destinati 1,7 milioni di euro alla valorizzazione del folklore e solo 400mila per tutto il mondo dello Spettacolo. Noi come musicisti non possiamo stare in silenzio davanti a certi tentativi di soffocare la cultura e le manifestazioni, perciò ribadisco con forza, viva i festival di qualità, viva chi dribbla le difficoltà. Quando un festival si ferma, la ripartenza è dura e questo lungo periodo del covid ci ha dimostrato quanto la cultura sia fondamentale per le nostre comunità».

In questi anni lei ha incarnato un po’ l’immagine del jazz italiano rappresentandolo anche ai tavoli istituzionali. Cosa può dire di questa esperienza?

«Si è fatto molto, non solo sotto il profilo dei finanziamenti pubblici, ma nel rapporto con le istituzioni, perché di jazz al ministero non si era mai parlato, oggi invece il jazz è presente nel Fus (Fondo unico per lo spettacolo, ndr). Ma l’aspetto più importante è di essere riusciti a coagulare il mondo del jazz italiano che era fatto di cani sciolti. Abbiamo finalmente associazioni di categoria, oggi c’è una coscienza diversa e più solida».

Da poco esistono anche dei centri di produzione.

«Sì, sono nati cinque centri di produzione musicale che lavoreranno per tre anni: Berchidda, la Casa del Jazz a Roma, un centro dell’area adriatica, nel quale mi spiace non rientri la Puglia, uno in Toscana e un altro in Piemonte».

Per concludere, sempre più frequentemente i festival jazz ospitano concerti di musica leggera col pretesto degli incontri con i jazzisti. Cosa pensa di questa pratica?

«C’è un problema serio, il jazz ha un pubblico di settantenni e non solo in Italia, ma in buona parte d’Europa, esclusi i Paesi dell’Est. Forse il problema del pubblico non si risolve solo proponendo ciò che il pubblico vuole, ma serve una situazione di professionalità, serve che i festival estivi sappiano preparare gli eventi. Un jazz meticciato con le forzature non funziona e diventa innaturale, se però il pop con i jazzisti rientra in un’idea e non è solo una moda, le cose cambiano. In Italia c’è sempre stata promiscuità, per cui non mi scandalizzo, ma serve equilibrio. La scommessa è avvicinare i giovani a questa musica, non sedurli con ciò che già conoscono. Io quest’anno ho invitato a Berchidda tanto Archie Shepp quanto Nichi Vendola».

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