C’è una geografia delle assenze che attraversa la nostra storia letteraria. Talvolta un libro prova a colmarla. Accade con Un fuoco grande. Bianca Garufi di Marialaura Simeone, proposto al Premio Strega 2026 da Giuseppe Lupo. Per la casa editrice pugliese Les Flâneurs Edizioni è il secondo titolo in corsa dopo La Canaria di Mara Fortuna: un risultato che conferma la vitalità di un catalogo attento alle zone d’ombra del Novecento.
Al centro del romanzo, terzo volume della collana «Le Innominate», c’è Bianca Garufi, a lungo ricordata soprattutto per il legame con Cesare Pavese. Simeone ne ricostruisce invece il profilo autonomo: scrittrice, partigiana nella Resistenza romana, tra le prime psicoanaliste junghiane in Italia. Una figura che attraversa letteratura, politica e ricerca interiore, rimasta ai margini di un canone poco incline a riconoscere pienamente le presenze femminili.
Nella motivazione, Lupo sottolinea il valore anche politico dell’operazione: una biografia narrativa che intreccia documenti, epistolari e invenzione, mantenendo equilibrio tra rigore e immaginazione. Il risultato è un ritratto solido, che amplia i confini del genere biografico senza indulgere nella mitizzazione. Non si tratta soltanto di un recupero, ma di una riflessione su come si costruisce la memoria culturale. Nel titolo, quel «fuoco grande» allude a una tensione che è insieme privata e storica: desiderio, responsabilità, confronto con l’inconscio e con il proprio tempo.
Sono 79 i titoli proposti quest’anno dagli Amici della domenica per l’edizione degli ottant’anni del premio, con finale l’8 luglio in Campidoglio. Tra i nomi più citati, Michele Mari, Teresa Ciabatti, Matteo Nucci, Bianca Pitzorno, Edith Bruck. Tra i candidati figura anche il pugliese Cosimo Damiano Damato (con il libro Nessuna grazia. Gramsci e Pertini, una storia di prigionia e resistenza, proposto da Raffaele Nigro), a conferma di una presenza significativa di autori legati al Mezzogiorno. Ma colpisce anche la presenza crescente di editori indipendenti, segnale di un sistema meno concentrato e più permeabile.
In questo quadro, Un fuoco grande appare come una candidatura coerente con lo spirito originario del premio: portare all’attenzione del pubblico storie capaci di interrogare il passato senza retorica. Dare nome a una voce rimasta in ombra non è un gesto celebrativo, ma un atto critico. E, insieme, un invito a rileggere il Novecento da una prospettiva meno consueta. A rendere interessante questa edizione è anche la pluralità delle linee narrative in campo: romanzi storici, memoir, riscritture del mito, indagini sul presente civile. Il libro di Simeone non si limita a inserirsi nella competizione, ma dialoga idealmente con un dibattito più ampio sulla rappresentazione delle donne nella cultura italiana del secondo dopoguerra. La candidatura assume il valore di un segnale: non solo per l’autrice, ma per un lavoro critico che prova a rimettere in circolo nomi, opere, percorsi rimasti ai margini.















