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Il ricordo

Pietro Citati, il cavaliere dell’infinito che dava vita alla letteratura

Pietro Citati, il cavaliere dell’infinito che dava vita alla letteratura

I celebri saggi sui grandi autori. L’amicizia filiale con Gadda. Amava troppo la letteratura, Pietro Citati, per farsene ortodossamente critico, ma troppo era vocato alla critica

29 Luglio 2022

Giuseppe Bonifacino

Si potrebbe dire, per ricordarlo con il titolo di uno dei suoi molti, fascinosi libri, che Pietro Citati aveva «la malattia dell’infinito». Ma è una formula su cui bisogna intendersi. Era, la sua, una «malattia» paradossale, si direbbe piuttosto una passione esclusiva e feconda, che gli garantiva l’accesso a una forma perfetta di salute, quella offerta da un mondo di valori impregiudicati ed eterni, da opporre ai mali oscuri della coscienza e alle aspre miserie della storia: il mondo inventato ma autentico della letteratura.
Per Citati, la letteratura comprendeva in sé tutti gli aspetti e le contraddizioni del reale, e dava loro forma. E in questa attribuzione di forma, nelle parole che la componevano, istituiva per sempre il senso della vita, ne salvava il perpetuo trascorrere dall’accecante assedio dell’oblio. La letteratura, nella visione che egli ce ne ha restituito, racchiudeva dentro di sé ogni spazio e ogni tempo, la suggestione archetipica dei miti e il riverbero fragile dell’esistenza, il dettaglio nel quale se ne deposita, occulto, il senso, e il bisogno di assoluto che ne accende i giorni e i destini. Insomma, come dichiarò in una intervista, per lui la letteratura era «l’essenza stessa della vita»: o comunque ne parlava sempre come se lo fosse. Era - lo ha autorevolmente rilevato Luperini - un «surrogato di teologia». E per questo la sua ricchissima opera di saggista e di interprete si differenziava, anche antagonisticamente, da quelle di tanti suoi contemporanei, scrittori o critici che fossero: perché rivolta ad affermare e difendere un Valore, quello, appunto, della letteratura, contro ogni visione ideologica che ne revocasse in dubbio statuti e funzione.
Ma era una scelta nobilmente apologetica, non una posizione culturalmente datata e rétro: Citati si era formato tra la scuola filologica di Gianfranco Contini e studi germanistici e comparatistici che lo avevano subito proiettato verso quella grande tradizione letteraria europea - da Goethe a Kafka, da Proust a Tolstoj - alla quale avrebbe poi dedicato tanti suoi suggestivi, fortunati saggi.
Ma alla sensibilità filologica e all’apertura alle suggestioni culturali dell’orizzonte europeo, egli congiunse la grande lezione di Saint-Beuve: pervenendo, così, ad un armonico, personalissimo intreccio di biografia e testualità, di ricostruzione psicologica e ritraduzione mimetica delle modalità creative che di volta in volta connotavano gli scrittori assunti ad oggetto dei suoi libri.
Da un lato, Citati ne ridisegnava, per esporli al suo lettore, gli itinerari esistenziali, incrociando al dato biografico il risvolto psicologico che potesse illuminarne o viceversa intorbidarne moventi e dinamiche; dall’altro si concentrava, per ampi scorci, in un confronto diretto con percorsi e passaggi testuali, non però assumendoli - secondo le modalità proprie della critica «ufficiale», sia nella sua postura accademica che in quella militante - come oggetti di un’analisi che, scomponendone scientificamente gli elementi per comprenderli e valutarli, finisse, per così dire, coll’allontanarli da sé. La critica di Citati, al contrario, si disponeva, nel suo estremo, programmatico soggettivismo (Moliterni), in una relazione empatica con il testo e il mondo in esso figurato ed implicito - l’esperienza vissuta dell’autore, o le ombre allusive del suo inconscio -, e lo riproduceva come guardandolo dall’interno, ne riattraversava i passaggi affabulandone la genesi, restituendo in una compartecipe parafrasi i movimenti delle forme entro le quali l’autore aveva perseguito la sua rappresentazione o invenzione del reale. Una critica eterodossa, immune da ogni osservanza metodologica, affrancata da ogni rigore categoriale, nutrita solo di una intensa fusione tra il piano esegetico e quello creativo, in una filigrana interpretativa balenante nelle pieghe di una rilettura mimetica del testo, di cui i saggi gaddiani di Citati, e tra essi specialmente quello sulla Cognizione del dolore pubblicato nel ’63, costituiscono esempi di spiccato acume ermeneutico.
Con Gadda, peraltro, Citati, si può dire, giocava in casa: dal ’56, in quanto consulente editoriale della Garzanti, ne era diventato devotissimo sodale, depositario e tutore, o cultore, di ogni dubbio creativo e di ogni groviglio nevrotico, sovente coincidenti nell’autore del Pasticciaccio: del quale, come di altri fondamentali opere di Gadda, si deve a lui, al suo prezioso ufficio di editor, la tormentata, liberatoria pubblicazione.
Amava troppo la letteratura, Pietro Citati, per farsene ortodossamente critico, ma troppo era vocato alla critica - all’intelligenza del testo quale forma della vita segreta del suo auctor - per non riversarla dentro il cuore dei ritratti biografici che offriva, nella sua prosa tersa ed avvolgente, ad un pubblico di non specialisti, a cui voleva schiudere le porte della sua «malattia dell’infinito».
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