Martedì 28 Giugno 2022 | 23:52

In Puglia e Basilicata

Teatro in Puglia

Silvio Orlando in scena in Puglia: «Gli occhi di un bimbo per raccontare dolore e amore in periferia»

Silvio Orlando

Sul palco con «La vita davanti a sé» dopodomani e mercoledì al Teatro Fusco di Taranto, giovedì 3 marzo al Teatro Apollo di Lecce, venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 al Teatro Curci di Barletta

27 Febbraio 2022

Fulvio Colucci

Nei panni degli altri. Per Silvio Orlando non è una novità. Ma Momò è un bimbo arabo di dieci anni «e bisogna far i conti con la sua immaginazione». L’attore e regista sarà in Puglia dopodomani e mercoledì (al Teatro Fusco di Taranto), giovedì 3 marzo al Teatro Apollo di Lecce e nei giorni di venerdì 4, sabato 5 e domenica 6 al Teatro Curci di Barletta, per la stagione del Teatro pubblico pugliese. In scena con «La vita davanti a sé», monologo ispirato al romanzo dello scrittore francese Romain Gary: la storia di un ragazzo che vive in un quartiere multietnico di Parigi nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che alleva i bambini delle donne costrette al marciapiede. Del romanzo pubblicato nel 1975 e che valse a Gary il Premio Goncourt, Silvio Orlando cura l’adattamento e la regia, oltre a interpretare Momò.

Un romanzo dolorosamente attuale.

«Il dolore dei singoli e dei popoli non finirà mai. Il mio lavoro si conclude con la frase: bisogna voler bene. In questi giorni pronunciarla sembra una provocazione perché con l’aria che tira siamo lontani dai buoni propositi e la compassione sembra quasi un lusso per chi ha la pancia piena. Però è così: senza amore non si va da nessuna parte».

Amore e dolore si rincorrono in scena.

«Ci sono gli occhi di Momò e le parole di Gary, se ti affidi a loro le cose si cominciano a vedere magicamente. Il dolore lo tratto rifacendomi alle grandi parole di Fabrizio De Andrè: il dolore degli altri non dovrebbe mai essere a metà, dovrebbe essere completamente nostro».

Amore, dolore e cura. Quella di Madame Rosa nei confronti di Momò. La centralità delle figure femminili.

«C’è anche Nadine che si innamora di Momò guardandolo piangere davanti alla vetrina dove si esibisce un circo. Lei le chiede perché, lui non comprende ma poi la segue quasi magneticamente. Perché capisce che nell’incontro, nel rapporto umano, esiste un’opportunità. Gli incontri sono ciò che riceviamo dalla vita, ciò che ci arricchisce. Ciò che ci cambia».

Gary capiva e raccontava anzitempo l’emarginazione delle periferie, il disagio dell’homo perifericus.

«C’è stata una evoluzione. In peggio. Quando Gary scrive La vita davanti a sé gli anni ‘70 sono una porta, se non proprio spalancata, almeno aperta sulla ricostruzione delle etnie nei luoghi di migrazione, nelle periferie, grazie a una sensibilità irripetibile, soprattutto grazie a un sentimento collettivo che allora soffiava forte. I migranti ricostruivano la propria vita in un altrove che consentiva di riconoscere la propria storia, la propria umanità negata dalla fame, dalla guerra, dal bisogno, dalla fuga. Purtroppo, negli ultimi decenni, ci si è allontanati da questa visione, da questa dimensione».

E le periferie esplodono. Oggi Momò finirebbe nelle braccia dell’estremismo islamico?

«Me lo chiedo, dentro e fuori la scena. Quando recito mi interrogo. Momò si salva grazie alle donne, ma oggi gli immigrati sono diventati invisibili e le periferie sono luoghi spaventosi. Il futuro è ancora più difficile da immaginare. Da qui nascono problemi terribili: la violenza, la radicalizzazione religiosa. Momò potrebbe essere tra i violentatori in piazza a Milano a Capodanno. O finire al servizio dell’estremismo islamico. Se metti un essere umano nell’angolo, costringendolo a non muoversi, ti restituirà violenza. E noi li a guardare nella nostra solitudine dorata, in una gabbia dove l’altro è solo l’ostacolo alla nostra realizzazione. Noi che abbiamo fatto delle nostre gambe accessori da divano e non più leva per metterci in cammino».

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