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«Gli incerti, gli irregolari, gli inclassificabili, a volte i balordi o gli orfani, oppure celibi, nubili, girovaghi e vagabondi, o forse, nel caso che ci riguarda, i liberati». Sono gli Spatriati che danno il titolo al nuovo, atteso romanzo di Mario Desiati, da oggi in libreria per Einaudi (pp. 277, euro 20).
A cinque anni di distanza dal suo ultimo romanzo Candore (Einaudi, 2016) lo scrittore originario di Martina Franca torna con una storia che parla molto di lui, di noi, di chi abita un luogo, a Sud, e si sente cittadino del mondo, e parte, per regalare al mondo un po’ di quel Sud e restituire al Sud il mondo che gli spetta.
Desiati ritorna sui temi del suo romanzo del 2016, Vita precaria e amore eterno, anche se allora le migrazioni erano forzate, qui invece appaiono come scelte, condizionate dall’ambiente, dal tempo, dalle circostanze, ma comunque frutto di una scelta precisa: andare altrove per essere, o almeno, per tentare di esserlo. Le scelte sono anche quelle che riguardano l’amore, il riconoscersi nella tensione verso l’altro, anche quando l’altro è dello stesso sesso, o l’amicizia, che è un amore forse più forte, perché non ammette bugie, rancori. Come l’amicizia che è anche un po’ amore tra Francesco Veleno e Claudia Fanelli, liceali martinesi, tenuti insieme dall’essere diversi: tanto lui è insicuro quanto lei è determinata, tanto lui può apparire bacchettone, quanto lei è stravagante. Ambigui entrambi, potrebbero così essere etichettati dai benpensanti compaesani nei primi anni del nuovo secolo. Ma loro sono proiettati verso la scoperta, che nel caso di Claudia si sostanzia nell’andare via di lì, nel caso di Francesco di capire dove si può stare invece, e se lo stare bene dipende dal posto in cui si sta o dal con chi si sta.
Spatriati è un libro che ne racchiude tanti altri, è un libro di ritorni. Torna Francesco Veleno, una sorta di alter ego dell’autore, che se in Il libro dell’amore proibito (Mondadori, 2013), era un soprannome, qui è stato nobilitato a nome e cognome del protagonista. Tornano le «spose infelici» che amano persone sbagliate nel momento sbagliato, o forse, a essere sbagliate sono loro. Torna la necessità di raccontare raccontandosi, e viceversa. E tutto, si sublima nel procedere di una narrazione che si è fatta matura, che porta con sé il vissuto di anni da «spatriato» tra Roma, Berlino, Milano, con le radici conficcate tra le strade e i palazzi di Martina Franca, nella campagna che degrada verso il mare, tra le zolle magiche della collina di Orimini, nell’orizzonte d’acciaio che incombe su tutta la provincia, tra le spirali multicolori dei fuochi d’artificio della liminare Locorotondo nella notte di San Rocco. Eppure sradicato. Eppure anche la scrittura è proiettata verso un altrove, ne sente la necessità, è solo da quell’altrove che si riesce a raccontare il punto dal quale si è partiti. Anche in quell’altrove il suono dialettale delle parole che hai ascoltato sin da bambino ti insegue.
Desiati ancora una volta porta alta la fiaccola di una generazione bistrattata, la fa diventare protagonista, attribuendogli una identità precisa che consiste nel non avere una identità precisa: essere spatriati, essere fluidi, però essere. È impossibile non identificarsi in quella parola un po’ strascicata - sia che venga pronunciata in italiano che in dialetto -, quasi offensiva, che riempie la bocca solo a dirla. Spatriati siamo tutti noi qui al Sud, figli fratelli sorelle di una generazione rotta tra la costrizione e l’ambizione ad andare via o restare. Tra il coraggio di affrancarsi e il coraggio uguale e contrario di rivestirsi con gli abiti dei padri. E a volte è più forte il desiderio del volo che l’attaccamento al nido e, altre volte, riesci a essere te stesso più durante quel volo che accoccolato nel nido. Perché la libertà non ha patria - ci dice Desiati - basta metterci una «s» davanti.

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