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Eccolo qui Domenico Procacci, fresco di nomina tra i 500 più influenti della global media industry nel mondo, tra cui dieci italiani, secondo Variety.
«Credo che le classifiche lascino il tempo che trovano. Ma detto questo, ovviamente, la soddisfazione di venire incluso nel vertice rimane».

Tanto più se, superata da un po’ la pubertà, si può sfoggiare ancora una chioma a cascata. Pensa a chi è afflitto, come chi ti parla, da vaste aree di cranio non più vitali.
«Ti sfugge una verità, evidentemente. Solitamente chi s’imbianca precocemente non perde poi i capelli andando avanti con l’età. Già dai 25-28 anni i miei capelli, tanti, erano sale e pepe, non uniformemente argentei come questi che ho, passati i sessant’anni».

Vivevi a Santo Spirito, quartiere marittimo di Bari che però conserva una identità propria di villaggio.
«Certo, ho abitato lì in villa per diversi anni, ho frequentato il famoso liceo classico barese Orazio Flacco per poi passare allo Spinelli di Giovinazzo, sede raggiungibile con maggiore facilità».

E magari lì, lambendo lungo il porto i corsi dei pesci e delle papere, vagheggiavi trionfi cinematografici, accompagnato da uno zio, papà, o altro parente appassionato.
«No, l’unico appassionato di cinema e del suo mondo ero io. In famiglia nessuno se ne interessava più di tanto. Mio padre, che oggi non è più fra noi, era un imprenditore edile. E durante le prime produzioni mi ha dato anche una mano, sia con i consigli che con il denaro, che ho comunque sempre badato poi nei conti a ripianare. Frequentavo il cinema Ariston a Santo Spirito e l’Impero nel quartiere attiguo di Palese. O mi spostavo di dieci chilometri raggiungendo il minuscolo Abc sul Lungomare di Bari, che frequentai fin dall’inaugurazione per la sua rara offerta di titoli di qualità».

Fatto sta che le classifiche saranno pure inaffidabili ma la succitata Variety dubito abbia sbagliato: con la tua Fandango produzioni, sviluppatasi in Distribuzione, Libri, musica, hai inanellato un cult dietro l’altro. E soprattutto, decenni prima della Apulia film commission, dei set a ogni angolo e del turismo che impazza, come Mosè hai aperto il Mar Rosso del cinema alla Puglia fino allora schiava.
«Ho realizzato le aspirazioni maturate fin dall’età di vent’anni perché ho applicato una formula che dovrebbe essere resa accessibile a tutti: far coincidere la passione con l’impegno, con il lavoro. Partii giovanissimo per Roma, dato che allora quella era l’unica sede in cui realizzarsi in questo campo: a Bari, in Puglia, nel Sud intero non esisteva assolutamente nulla. Ho frequentato la scuola di cinema Gaumont cercando il mio posto nel mondo. Inizialmente ero orientato verso l’aspetto registico, presentai il mio primo corto Zucchero? No grazie al MystFest di Cattolica, allora diretto da Felice Laudadio».

Il molese di Mola di Bari, altra figura chiave di manager del cinema italiano.
«Certamente. Era l’83 e da allora con Felice, conterraneo, mi sarei incontrato tante altre volte, meno di un anno fa mi ha assegnato il Diploma del Centro sperimentale in produzione. Molta gente crede che la mia sia un’attività che richiede l’impiego di grandi capitali personali. Ma il gioco in realtà è cercare fondi, soldi da investire, e tutt’oggi è praticamente quello che continuo a fare. Seguo una strategia di equilibri. Le imprese di 31 anni di vita come Fandango si costruiscono pezzo dopo pezzo, non soltanto con il mio lavoro ma anche con quello di altri, ugualmente importante. Io ho voluto diversificare nei libri, cercando, trovando storie degne di essere raccontate in un contesto cinematografico. Quindi nella distribuzione perché l’opera va diffusa. E ancora nella promozione di gruppi di artisti in campo musicale. Perché queste attività che spesso vengono settorializzate hanno fra loro in realtà molti punti di contatto, giovano una all’altra. Contaminazione, così la chiamano».

Sì, anche se per via del covid questo termine oggi suona sinistro quanto il cigolio della bara di Dracula.
«Il virus è un problema ma si è sviluppato in un contesto che già si andava definendo. Il lockdown ha accelerato processi in atto quale la fruizione obbligata sulle piattaforme. Ha reso prassi ciò che fino a ieri era inimmaginabile, cioè rendere abili nei procedimenti per guardare un film anche gli anziani, non più soltanto i quarantenni, i cinquantenni o i nativi digitali. E quindi ha potenziato il nostro ruolo di produttori, registi, sceneggiatori sul mercato on demand, in quanto di film e di serie nei nuovi formati si è diffusa la fame. Una condizione che renderà ancora più difficile di ieri la proposta di titoli che non rientrano tra i prediletti dalla massa, quelli spettacolari con supereroi e quant’altro di scuola americana, e la commedia. La situazione delle sale oggi chiuse era pericolante da anni. Anche se, al pari di tutti gli altri luoghi, teatri e spazi per i concerti, riacquisteranno certamente centralità a pandemia superata».

Ricordo ‘sto titolo, «Il grande Blek» di Giuseppe Piccioni, che sa già di marchio. Con le canzoni di Lucio Battisti che per la prima e unica volta le concesse per un’opera cinematografica.
«Quello è stato il mio primo film prodotto, nell’87, ma non ancora da solo. La Stazione di Sergio Rubini il 1990 è stato il battesimo come Fandango. Sono seguite altre tappe fondamentali, quali Radiofreccia con Luciano Ligabue, L’ultimo bacio di Gabriele Muccino, Le conseguenze dell’amore di Paolo Sorrentino, Gomorra e pochi anni dopo Reality di Matteo Garrone. E Diaz che è molto importante per me, dà il senso del nostro mestiere: prima dell’uscita del film quasi nessuno sapeva che cosa era avvenuto realmente a Genova».

Da cui uno si domanda se il cinema fa ancora politica.
«I film politici sono i più difficili perché hanno poco di appetibile in senso visivo. Il film di Daniele Vicari, Diaz, ha dato tuttavia al mezzo sicuramente una pulsione politica e sociale. Cito anche l’Alligatore, serie tv, Il passato è una terra straniera. Cerco di mantenere una coerenza fra cinema, tv ed editoria. E soprattutto la Fandango, a differenza di altre case divenute come noi grandi, continua a seguire gli esordienti, a scovare talenti. Non ci limitiamo ai grandi nomi quali il pugliese acquisito Ferzan Özpetek in Mine vaganti. L’ultimo nostro film, rimasto purtroppo soltanto tre giorni nelle sale prima della pandemia, è I predatori del giovane Pietro Castellitto. Provo soddisfazione, ancora, per aver presentato per la prima volta al pubblico Matilda De Angelis in Veloce come il vento, attrice straordinaria che ora ha esordito in America accanto a Nicole Kidman e a Hugh Grant in The Undoing».

Che combinate in Fandango di nuovo?
«Stiamo lavorando alla terza stagione tv di L’amica geniale, iniziamo La vita bugiarda degli adulti, sempre da Elena Ferrante, e nel cinema stiamo ultimando Il muto di Gallura di Matteo Fresi e montando Pantafa di Emanuele Scaringi, un particolarissimo, strano horror con protagonista Kasia Smutniak».

Tua moglie: e mo ti becchi il gossip.
«Per forza? Il rosa non può mancare?»

None.
«Eh. E vabbè».

Ricordo un amore con Francesca Neri, giusto?
«Con Francesca ci conoscemmo proprio in occasione de Il grande Blek. È stata una storia importante per me, sicuramente, da allora abbiamo vissuto assieme per cinque o sei anni. Con Kasia ci siamo sposati dopo un lungo ménage nel 2019, abbiamo Leone, sei anni, e Sophie, che è ormai una ragazza, di 16. Vuoi sapere altro?».

Sì ma tu sei riservato, non vuoi.
«Appunto».

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