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Quel giorno triste in cui la musica di Lennon tacque per sempre

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Quel giorno triste in cui la musica di Lennon tacque per sempre

John quella mattina si svegliò canticchiando un motivetto che non conosceva. Non il solito Nobody told me, che lo accompagnava negli ultimi mesi, ma qualcosa di ineffabile e inafferrabile. Pensò a Paul, a quando Yesterday aveva visto la luce dopo una notte tranquilla e convenzionale. L’usuale che aveva generato l’eccezionale. Una fusione perfetta fra lo scorrere del tempo e uno spartito.
Era nata così, di getto, quasi come fosse il frutto di una scrittura automatica. Paul lo raccontava spesso, una maniera davvero insolita di creare una canzone. A Wimpole Street, dove viveva con Jane Asher, la sua ragazza dell’epoca, in un attico nel quale era riuscito a far entrare – non si sa come – un pianoforte. Si era svegliato una mattina qualsiasi e su quel pianoforte aveva trovato le note della canzone, sognate nella notte. Non sapeva se fosse una canzone già esistente ma che non conosceva: lo chiese a molti amici, dubitando che fosse opera della sua creatività. Nessuno, però, l’aveva mai sentita. Alla fine, quindi, la fece propria. E Scrambled Eggs (questo il titolo originale) divenne uno dei più grandi successi di sempre.

«Io non sono da meno rispetto a Paul. Anzi, si sa, sono molto più geniale di lui», disse fra sé e sé ridacchiando mentre inforcava i suoi classici occhialini. «Ecco, allora. Vieni allo scoperto. Sei la canzone che aspettavo da tanto».

Si sedette al pianoforte a coda bianco, cercando di fermare quelle note che gli rimbalzavano in testa come palline da ping-pong e che gli sembravano davvero molto belle. Ma niente. Pur battendo sui tasti, il silenzio della stanza non veniva infranto. I martelletti sembravano smorzarsi su sé stessi

invece di percuotere il ventaglio di corde che attraversa la cassa armonica. L’ambiente sembrava ovattato, ma più che assorbire ogni suono gli impediva di prender forma e di diffondersi nello spazio. Arginava sul nascere le onde sonore, delle quali si percepiva l’esistenza senza che però potessero essere catturate – come sempre accade – dall’udito.

Era singolare vivere quella distanza totale dall’universo sonoro.

In un attimo sentì di essere stato catapultato nella stanza di Imagine. Anzi ne era certo. Quella White Room stampata in maniera indelebile nell’immaginario collettivo da anni. E che aveva oscurato l’immagine e il ricordo della band. Yoko era lì, lo guardava intensamente, e insieme a loro un gruppo di ragazze e di ragazzi che indossavano delle t-shirt – bianche anche queste – con su scritto Peace and Love.

E la nuova canzone?

Iniziò a canticchiarla, e poi a suonarla al pianoforte a coda. Dunque c’era, esisteva davvero, e come nel caso di Paul ebbe il dubbio che fosse un brano scritto da qualcun altro. Il dubbio, però, durò solo qualche minuto.

«È la mia canzone», si disse, «è molto più bella della sua. La chiamerò Peace, Love and You. Oscurerà Yesterday». Fra lui e Paul c’era sempre stato un grande affiatamento ma anche una grande rivalità, che lo scioglimento del gruppo non aveva attenuato.
John continuava a pensare che l’amore avrebbe trionfato nel mondo. E poi, l’amore per Yoko, che per John era un amore cosmico. Quel titolo calzava a pennello.
Voleva stringersi nell’abbraccio con i suoi fan, un abbraccio spirituale.

Ma come faceva, con quel silenzio che fendeva ogni cosa, facendo più rumore di un boato, a immergersi tra tutta quella gente che lo reclamava? Ti faceva galleggiare in un’altra dimensione.
«No music, no people!», pensò.

Li osservò da una vetrata, capì dai loro gesti e dai loro movimenti che lo stavano osannando, invitandolo a scendere dal suo lussuoso appartamento nel Dakota Building.

Si assopì per qualche minuto sul divano bianco che si trovava al centro della stanza. Poi, inaspettatamente, si sentì accarezzato da un accordo. Era un Fa maggiore.
La musica era tornata. Le note erano tornate, erano di nuovo lì a fare giravolte nell’aria. Anche un passerotto fermo al di là della vetrata ricominciò a cinguettare.

«Ecco», si disse, «tutto è tornato come prima. O almeno così sembra». «Forse è stato solo un sogno», pensò. «Ma tanto che importa. A che serve sapere cosa sia accaduto e perché (sempre che ci sia un perché)». Finalmente iniziò a rilassarsi, perché questa parentesi insolita nella quotidianità l’aveva reso teso. Anche se amava l’imprevisto. Ma la musica era la sua vita, il suo ossigeno, il suo carburante naturale. Non poteva stare senza.
La folla continuava a vociare in una ressa indescrivibile. Probabilmente non aveva mai smesso. Anche se in quel mondo insonorizzato durato meno di una giornata non l’aveva potuta sentire.

Era sempre rimasto stupito dall’amore delle sue fan e dei suoi fan. Un amore che si materializzava in occasione dei concerti o di qualche altra uscita pubblica, eppure rimaneva poi miracolosamente vicino, palpabile, afferrabile quotidianamente. E continuava ad essere stupito, dopo tanti anni. Nonostante il successo raggiunto in ogni parte del mondo, la notorietà universale che – insieme a Paul, George e Ringo – si era guadagnato in modo incredibile e misterioso, John in fondo era rimasto un timido, un introverso, un personaggio carismatico ma riservato che neanche la presenza della forte personalità di Yoko aveva smosso dalle sue radici. E, pur consapevole di essere diventato il guru delle giovani generazioni, viveva quella condizione con un misto di orgoglio e difficoltà. Continuava a sentirsi soprattutto un’artista, un musicista, un innovatore – anzi un sovvertitore – degli schemi del pop e del rock dell’epoca, un cavaliere di utopie del pentagramma.

«Cosa faccio ora?», si chiese. I suoi fan, in fin dei conti, erano lì da ore, granitici e speranzosi.
Decise di scendere tra la gente.
E fu allora che la musica tacque.
Un sibilo attraversò l’aria gelida di quella mattina.
Un 33 giri lanciato come una sorta di scudo rotante, quasi ci fosse lì anche Captain America con la sua arma circolare a stelle e strisce, lo colpì come un fendente gettandolo a terra.
E fu così che la musica di John tacque.

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