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oggi alle ore 19

Lino Capolicchio, «Io, le maschere e... i Finzi Contini»

L’attore al Bif&st con un libro sul capolavoro di De Sica

Lino Capolicchio, «Io, le maschere e... i Finzi Contini»

BARI - «Ho affrontato una miriade di personaggi che non c’entrano niente con me» ci dice subito Lino Capolicchio. Poco importa se è con lui che generazioni di spettatori hanno condiviso in segreta simbiosi e in una chiave malinconica irripetibile sensazioni trasmesse da una galleria di anti-eroi che hanno fatto storia in tutti i sensi.

Bif&st, Teatro Margherita, oggi alle ore 19, D’amore non si muore. In questa rapida sequenza di dati è contenuto l’omaggio che attraverso l’omonimo volume autobiografico edito da Rubbettino e dal Centro Sperimentale di Cinematografia il festival barese dedica a uno degli attori più traversali del cinema italiano, con cui sono trascorsi sul grande e sul piccolo schermo o in teatro i sospiri d’amore, la trepidazione di fronte ai grandi passi da intraprendere nella vita, il grave tributo alle passioni e la trasformazione di ogni evento in struggimento interiore. Il focus odierno spetta di diritto dunque al protagonista indimenticabile dell’ultimo capolavoro di Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini, felicemente molto disinvolto anche nel rapporto con l’originale letterario di Giorgio Bassani. Ma l’elenco dei film, per il cinema o per la tv, assieme agli spettacoli è di quelli che anche a volerlo scorrere in fretta trasmette un senso di vertigine. Nessuno come Capolicchio ha incarnato questo approccio al mondo intriso di slancio necessario e timidezza estrema. Il titolo del libro capovolge quello del film di Carlo Carunchio interpretato nel 1972, D’amore si muore. Ma la frase D’amore non si muore, completa di negazione, si trova anche nel quinto verso della canzone Rose rosse di Enrico Polito e Giancarlo Bigazzi fondamentale per la carriera di Massimo Ranieri.

Perché?
«Sul titolo del libro abbiamo ragionato e ironizzato un’infinità di volte. Non ne volevo uno troppo intellettuale. Né volevo avallare la parola “morte” trattandosi di un libro in cui racconto in prima persona la mia vita».

In che senso dunque la vita contraddice i personaggi?

«Sono il contrario di quel che io sono state sul piano sentimentale. Hai citato il film di De Sica. Devo dirti che quando terminavo le riprese ero inseguito da tantissime ragazze. Ne avevo tante a Roma, assieme. Un’invasione dietro la porta. Erano per me un’ossessione. Mia madre, poiché davo il suo numero di casa essendo sposato, era disperata. Non ce la faceva a prendere tutte le telefonate.

“Questa non è la Sip” protestava. Mi è piaciuto per questo costruire personaggi opposti a quello che sono sempre stato. Tutti diversi. Se lo fa un attore americano come De Niro, ecco che arrivano gli encomi. In Italia è diverso. Benigni deve fare Benigni, Sordi doveva fare sempre Sordi. A me invece è piaciuto usare delle maschere che non avrei mai indossato nella vita».

Questo comporta una visione precisa del rapporto tra cinema e vita?

«Certo. I singhiozzi dell’anima fanno parte della bellezza e dell’illusorietà, dei sogni a occhi aperti. Non c’è più grande opportunità di essere se stessi. Anche se l’estremo pudore fa parte del mio modo di arrivare a fare cinema, televisione e teatro. Mio padre era terribile. Quando ero molto giovane aveva un’idea della virilità diversa da come apparivo io. Vedeva la mia sensibilità come un sintomo di debolezza. Come se fossi effeminato o altro. Al contrario io non mi vergognavo di essere molto diretto, spontaneo, delicato. Figurarsi quando ha saputo che volevo fare l’attore. Mi aveva già pronosticato che sarei finito a fare l’elemosina. Me lo ripeteva di continuo, tante volte fossi riuscito a trovare dentro il coraggio necessario di andare avanti. Ma in fondo la sua è stata una spinta involontaria. Mi ha rafforzato nel dimostrargli che aveva torto».

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