Il giorno dopo la grande umiliazione il sentimento dominante ha i connotati dello sconforto. Lo sconforto di chi ha avuto la sventura di assistere alla partita di Pescara, una pagina «nera» destinata a entrare nella storia degli scempi a tinte biancorosse. Cosa se non lo sconforto con il Bari si presentava all’«Adriatico» con sette punti all’attivo nelle ultime tre partite di campionato, le ultime due addirittura vittoriose (a Genova contro la Sampdoria e al «San Nicola» nella sfida contro l’Empoli). Il problema più grosso non è rappresentato dalla sconfitta in sé, pur pesantissima anche alla luce dei propositi di rimonta degli abruzzesi (ultimi in classifica ma decisamente in crescendo, tecnico-tattico ed emotivo) e dei risultati di alcune delle dirette concorrenti come Entella, Mantova e Spezia. La vera questione è il come si è arrivati a questo risultato. Ovvero, al culmine di una prestazione vergognosa. La peggiore, con distacco, di una stagione in cui s’erano già viste cose imbarazzanti. Se in ballo non ci fosse la dignità di una tifoseria straordinaria e di una città che vive di calcio e passioni... verrebbe voglia di deporre le armi. Della serie, giocatele voi queste ultime nove giornate ma lasciate in pace la gente del Bari.
Non si può, però. C’è da parlarne ancora, forse la cosa più faticosa. «Si fa fatica a parlare di calcio», ha tuonato Valerio Di Cesare davanti alle telecamere nell’immediato dopo partita. Vero. Ma se questo non è calcio chi lo spiega ai tifosi che bisogna mettersi l’«elmetto» e tornare sul campo di battaglia? L’ex capitano sa di cosa parliamo. Lui che giocò un playout, due nanni fa contro la Ternana) con la frattura della clavicola e che assumeva farmaci per dormire di notte. A lui non c’è da spiegare dove siamo. Lui sa cosa sono in grado di dare i baresi. Peccato, però, che oggi è un altro giorno. E che ci si ritrovi a fare i conti con una squadra quasi inallenabile. Mentalmente ingestibile, capace di spegnersi e accendersi a un semplice batter di ciglia. Ma dove si va con queste premesse? Sabato arriva la Reggiana. E ci risiamo con l’etichetta dell’ultima spiaggia. La fiducia, certo. Per non parlare dell’entusiasmo. Sperare che ci sia ancora gente in grado di credere in qualcosa è un esercizio acrobatico. Atmosfera terribile, insomma. Disincanto allo stato puro.
Il Bari affrontava la peggior difesa del campionato. DI gran lunga, pure. Ben 54 le reti incassate dal Pescara in campionato. La penultima nella speciale classifica ne ha subite 46. Bene, contro un avversario con questi numeri e con la naturale predisposizione al «rischio» i biancorossi sono stati capaci di produrre qualcosa di vicino al nulla. Un destro sparacchiato in alto da Moncini su gentile omaggio di Brugman e poi il buio. Poco male se la squadra di Longo avesse saputo proporre senso tattico ed equilibrio. Nulla di tutto questo. La prima parte del secondo tempo è roba horror. Uno sbracamento generale che resta, sostanzialmente, un mistero. A maggior ragione quando in panchina siede un allenatore come Moreno Longo. Un’armata Brancaleone che il Pescara ha preso a pallonate senza nemmeno sporcarsi più di tanto le mani. Dopo l’intervallo, ogni sussulto abruzzese diventava un’occasione da gol. Maglie larghe, posizioni sballate, uno sbando vero e proprio a cui nessuno ha saputo porre rimedio. E per fortuna che Insigne non è parso devastante come nelle stagioni napoletane. S’è rischiata una goleada epocale. Il 4-0, udite udite, non racconta nemmeno tutta le verità. Poveri noi... A proposito, mentre il Bari sceglie la strada del ritiro, a Matera, la Sampdoria saluta Gregucci e Foti (Giampaolo e Iachini in pole).
















