«C’ha fattu? Mama ha sparatu? Ca iddu ieri a sparari» (che hai fatto? Hai sparato a mia madre? Lui dovevi sparare). A pronunciare questa frase, dal banco dei testimoni, è Cosimo Franco Acquaviva, compagno di Irene Margherito, ammazzata con un unico colpo di una calibro 7,65 il 26 maggio 2024 lungo la complanare della strada statale 7 dal cognato Adamo Sardella, 57 anni, unico imputato nel processo per l’omicidio della donna. Quella frase, dice Acquaviva, l’ha detta Alessandro, figlio di Irene, il giorno del delitto, rivolgendosi allo zio Adamo.
Si è svolta ieri, in Corte d’Assise presieduta da Maurizio Saso (a latere giudice Ambrogio Colombo) un’altra udienza della tragedia familiare che vedrebbe il movente in alcuni post social di Facebook pubblicati dalla vittima e dalla figlia Natalia contro l’altro figlio e altri parenti della fazione opposta alla loro. Perché, fin dall’inizio del processo, attraverso la ricostruzione degli investigatori guidati dal vice questore Giuseppe Massaro del commissariato di Mesagne, coordinati dal pm Mauro Gallone, la famiglia Sardella- Margherito è spaccata al suo interno: da una parte, la vittima col nuovo compagno Franco, la figlia Natalia e il marito Mirko, contro Adamo Sardella e la moglie Giuseppina (detta Giusy), nonché sorella di Irene (due sorelle hanno sposato due fratelli), l’altro figlio della vittima, Alessandro, con la moglie, e altri parenti.
La testimonianza di Acquaviva è stata segnata da una serie di momenti di commozione alla pronuncia delle frasi: «Irene e io eravamo diventati una cosa sola», «Aveva il cuore grande, si sacrificava per tutti e non capivo la loro (degli altri familiari) cattiveria da dove veniva». «Metteva i soldi da parte per pagare il matrimonio dei figli e io contribuivo». «Mi disse: “Se muoio, perchè io a 50 anni non ci arrivo, voglio che doni i miei organi”. È come se l’avesse percepito che le avrebbero fatto potenzialmente del male».
La loro relazione era iniziata il 9 gennaio 2022. Poi ha detto: «La mia vita è vuota senza di lei». Ma il dettaglio che in aula ha lasciato tutti in silenzio è stata la frase che avrebbe detto Alessandro allo zio Adamo dopo aver sparato alla madre. Non risulta dal verbale di sommarie informazioni redatto in commissariato: «Quel passaggio mi sfuggì. Lo sto raccontando adesso per la prima volta che Alessandro disse quelle cose allo zio». E l’avvocato della difesa Vito Epifani lo ha incalzato: «Era una frase così scolpita nella sua mente che quel pomeriggio dalle 17.30 alle 19 non ha pronunciato ai poliziotti che la interrogavano». Dunque, la Corte, trovando tutti concordi, ha disposto l’acquisizione della trascrizione della fonoregistrazione su verbale richiesta dalla difesa.
Poi, sul banco dei testimoni è salito Alessandro Sardella, figlio di Irene. E sottoposto anche alle domande delle avvocate che rappresentano le parti civili (Rosanna Saracino, Simona Ermanno, Chiara Dadamo e Rosanna Raimo) ha raccontato, oltre al rapporto di amore-odio con la madre «nella mia famiglia non c’è stata mai pace», i dissapori risalenti nel tempo, agli anni ‘90, quando il padre (deceduto nel 2011), costituì una società edile a Bologna. I post social di madre e sorella contro di lui, fino al giorno del delitto: «Mio zio prese un sacchetto con una pistola, la mise sul tavolo della cucina. E gli dissi che da casa non sarebbe uscito con quella. Tornò giù, fece finta di lasciarla, ma la mise in quel borsello che aveva e andammo all’incontro con Franco. Gli dissi che non doveva litigare».
















