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Il primo Sos della mamma di Graziella viaggia sul telefonino. «Venite, per piacere, ci vogliono far sgomberare la bancarella della frutta secca da sotto il Castello», risuona la voce allarmata di Giovina Antolino, madre della bambina che fu uccisa dal branco, proprio lì, a due passi dal monumento federiciano, il 19 agosto 2000. Da questo capo del «filo» c’è il cronista ormai attempato che all’epoca raccontò quello strazio su queste pagine.

Diciannove anni fa, il caschetto e gli occhi nerissimi di Graziella rimbalzarono sulle prime pagine degli organi d’informazione, ben prima dell’era social, molto prima che fosse coniata la parola «femminicidio». D’estate, Graziella e le due sorelline trascorrevano l’intera giornata vicino alla bancarella gestita dal loro nonno, Vittorio, e dal papà, Vincenzo.

Giovina continua: «Siamo molto legati a questo posto, che ci ricorda sì la tragedia ma anche i momenti belli della breve esistenza di nostra figlia. Una bancarella in teoria potrebbe stare ovunque. Ma non la nostra. Il nostro banco di frutta secca ha solo un posto. Questo. Da sessant’anni mio suocero e tutti noi lavoriamo qui, da marzo a settembre». Arachidi, mandorle, nocciole, noci e lupini, venduti dai Mansi, da decenni sono la merenda dei turisti da tutto il mondo che visitano il castello ottagonale.

I Mansi non nutrono rancore per nessuno: «I vigili urbani fanno il loro dovere, eseguono ordini - continua la donna -, ma chiediamo comprensione».

La coscienza professionale e umana ci mette le ali ai piedi e ci precipitiamo sul posto. La Murgia si presenta con i suoi colori meravigliosi. Ai piedi del Castello non è un sabato qualsiasi. È il giorno dell’inaugurazione dell’Infopoint del Gruppo di azione locale (Gal) «Le città di Castel del Monte». La costruzione a vetrate sulla destra della strada, già pronta da qualche anno, ospiterà fin dai prossimi giorni l’ufficio informazioni e il servizio guide in più lingue. A breve sarà attiva la app per smartphone che permetterà di prenotare la visita guidata da ogni parte del pianeta, comprese data e ora. La cerimonia è appena terminata. Un elegante maitre sta sparecchiando i bicchieri dello spumante, il sindaco Nicola Giorgino sta parlando con alcune persone.

Sul lato sinistro della strada, il gruppo dei Mansi in attesa davanti a un muretto. A destra il futuro del turismo in Puglia, a sinistra il passato di un dolore incancellabile. I Mansi non hanno montato la bancarella, diversamente dai precedenti equinozi di primavera. Sul viso ancora giovane della mamma di Graziella, le rughe di un dramma ancora presente. Con lei il marito Vincenzo, la cognata Francesca Mansi con il marito Mustapha El Haimer e il suocero 82enne Vittorio, su una carrozzina. «Aspettiamo - dice Giovina -. Hanno detto che si risolve».

Giorgino è ancora qui. Cinquant’anni, avvocato, al secondo mandato al Comune, è anche presidente del Gal e della Provincia Bat. Signor sindaco, scusi... «Abbiamo risolto - risponde subito -, i Mansi potranno lavorare su un suolo privato», e indica il parcheggio di fronte. Non si sofferma sui dettagli, Giorgino. Presumibilmente, ce l’ha messa tutta per fare lo slalom tra codici e ordinanze. Uomo di diritto ma soprattutto di pace. Nel cuore della legge è riuscito a trovare cuore.

Riferiamo alla signora Giovina. Una specie di sorriso affiora sul volto sofferto. «Venga», dice. La seguiamo per una trentina di metri dietro il ristorante. Nel punto esatto dove la piccola Graziella fu rapita quel torrido sabato dell’estate 2000, tra i fiori gialli accarezzati dal vento fresco, c’è una lapide con la sua foto. Oggi avrebbe avuto 27 anni.

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