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Una rosa tatuata  Così cambia  la mafia lucana

di FABIO AMENDOLARA 
e VITTORIA SMALDONE
 
C’è chi l’ha scelta grande e con i petali aperti. Chi ha preferito un bocciolo. E chi ha voluto le spine ben visibili. Il simbolo del cambiamento avvenuto all’interno della criminalità lucana è la rosa. Un fiore che gli affiliati al clan di Tonino Cossidente portano sul braccio. Mai prima d’ora la famiglia mafiosa dei basilischi, quella che i magistrati della procura antimafia hanno definito «Quinta mafia», aveva avuto bisogno di segni esteriori come i tatuaggi. Ma a tutto c’è una spiegazione
• Prime dichiarazioni: «Quando vieni affiliato ti danno il fiore»
• Chi usa il tatuaggio, dai camorristi ai mafiosi latinoamericani
Una rosa tatuata  Così cambia  la mafia lucana
di FABIO AMENDOLARA 
e VITTORIA SMALDONE
 

C’è chi l’ha scelta grande e con i petali aperti. Chi ha preferito un bocciolo. E chi ha voluto le spine ben visibili. Il simbolo del cambiamento avvenuto all’interno della criminalità lucana è la rosa. Un fiore che gli affiliati al clan di Tonino Cossidente portano sul braccio. Mai prima d’ora la famiglia mafiosa dei basilischi, quella che i magistrati della procura antimafia hanno definito «Quinta mafia», aveva avuto bisogno di segni esteriori come i tatuaggi. Ma a tutto c’è una spiegazione. 

E sono gli stessi protagonisti delle storie di mafia a fornirla. Alessio Telesca, neopentito spacciatore ed ex affiliato alla famiglia dei basilischi, dice di aver preso parte all’addio alla carriera criminale del boss Gino Cosentino. Era il 2003 quando il demiurgo dei basilischi, il capobastone intellettuale, pittore e artista, in presenza dei suoi sodali ha ceduto il testimone a Cossidente che già nel 1991, con altri due pregiudicati, aveva tentato di fondare una «Famiglia lucana». 

A raccontare come sono andate le cose, in un’intercettazione «inutilizzabile» nei processi perché effettuata da un agente segreto, è proprio il nuovo capo dei basilischi. Dai riscontri effettuati dagli investigatori sembra essere un attento conoscitore della ’ndrangheta. Dice: «Cosentino aveva avuto la camorra dai Facchineri di Civitanova e poi in carcere, comunque, cariche di altri livelli». 
E ancora: «Su questo piano, diciamo, di favella (la formula che viene recitata durante l'affiliazione ndr) di queste cose qua, in Basilicata era lui, Cosentino, diciamo il più alto di carica. Poi, lui, dopo tanti anni che è stato in carcere, ritornando qui in Basilicata, giustamente, ha cercato di ricompattare tutta la situazione, perché in Basilicata i gruppi che c’erano, prima erano tutti gruppi, diciamo, autonomi». L’idea di «Faccia d’angelo», così era stato soprannominato in gioventù Cosentino, era quella di formare una mafia tutta lucana. Sapeva che da solo non ce l’avrebbe fatta e decise di rivolgersi alla ’ndran - gheta. I boss gli spiegarono che la famiglia dei basilischi, per poter essere autonoma, doveva essere organizzata in sette «locali», comuni di mafia, che formano un’unità territoriale più grande detta «crimine». Ogni locale è gestito da una o più ’ndrine, che in Calabria sono le famiglie, e per essere attivato deve essere riconosciuto dalla ’ndrangheta. Da «Mamma ’ndrangheta». 

Dalla famiglia Morabito di Africo, quella di zi‘ Peppe u‘ tiradrittu, che riforniva i lucani di armi e droga. E intanto Faccia d’angelo tentava in ogni modo di sottrarsi a quell’impe - rialismo ’ndanghetista. A cominciare dal rituale di affiliazione. Per i suoi basilischi ne aveva coniato uno nuovo di zecca. Gli investigatori lo trovarono nel 1996 a casa di Michele Danese, cognato del boss. Il battesimo. Il rito di iniziazione che sancisce l’ingresso nel clan. Doveva essere recitato sul Pollino, alla foce del fiume Sinni, in presenza di cinque persone. E per espletare il rito erano necessari alcuni arnesi dagli esoterici significati: una figurina di San Michele arcangelo, dei coltelli che servivano a praticare i tagli su braccia e mani e un mazzo di carte napoletane. San Michele è il santo di riferimento. In verità l’Arcangelo è anche il protettore della polizia di Stato. 

Ma se il protettore della ’ndrangheta ha in mano una catena che rappresenta la forza, quello «degli sbirri» regge una bilancia: la giustizia. L’idea di indipendenza di Cosentino, la sua secessione, non era molto gradita alla ’ndrangheta, che, stando al racconto di Cossidente, garantisce il suo appoggio solo se vengono rispettate pedissequamente le sue regole. Dice: «Se tu crei una cosa qui in Basilicata e mandavi un ambasciata giù in Calabria, cioè loro ti riconoscono solo come uomo, però come, cioè come persona riconosciuta a livello nazionale, quindi lontano da loro non, cioè non ti riconoscono, quindi tu il crimine là non lo puoi mai avere, perché se tu ti fai le sette file distaccate in Basilicata, tu diventi una regione a parte. A casa tua comandi tu, dice la ’ndrangheta, però devi dipendere da noi su queste regole. E quindi Cosentino queste cose non le aveva dette e sono successi un po’ di dissidi, sono successe un po’ di discussioni e qualcuno è stato picchiato in carcere. E quindi diciamo in un certo senso che ha cominciato a creare una spaccatura». 

Quella che ha portato al nuovo corso. Il suo segno tangibile è la rosa. Lo spiega l’ex picciotto, di professione autista del boss, Alessio Telesca: «Quando uno viene affiliato, in gergo, sempre a livello di malavita, come si dice nella ’ndrangheta, si dà il fiore. E questo è il segnale che… è una rosa. Anche io ce l’ho sul braccio». 
Il nuovo pentito della criminalità lucana però fa un po’ di confusione. Il fiore per gli ’ndranghetisti è sinonimo di dote, cioè è un «merito» che viene conferito a un affiliato quando fa carriera all’interno dell’organizzazione. Nulla a che vedere con la rosa tatuata voluta da Cossidente per indicare l’appartenenza al suo clan. Per sé ha scelto la scapola destra. E il suo braccio destro, Carmine Campanella, narcotrafficante che ha assaggiato il carcere duro, il famoso 41 bis dell’ordina - mento penitenziario, ha seguito le sue orme. Anche lui ha scelto la scapola. Ma il disegno è diverso. Dice Telesca: «E’ una rosa con uno stelo, con foglie e con delle spine che solo lui può portare».

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