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reportage

Dalla mensa alla branda
senza la bussola-lavoro

Storie di padri separati, madri, artigiani e commercianti falliti

Dalla mensa alla branda senza la bussola-lavoro

Gianluigi De Vito

Adesso che le frustrate di gelo sono arrivate davvero, diventa ancora più difficile trovare un angolo di dolore accettabile dove le lamentele possano andare in pausa almeno per qualche istante. Carbonara, mensa di periferia, parrocchia «San Nicola». C’è un muro di carne umana nello stanzone profumato tanto da neutralizzare il solito tanfo rancido e puzzo di piscio mescolato a vino. La parete di mani e gambe, cappotti e finte pellicce porta in bocca a raffica prima riso e lenticchie e poi hamburger o cotolette arrotondate di pollo e spinaci. Devi saperci arrivare in quel buco lindo e ospitale perché è in fondo a un dedalo di casupole distanti dalla fermata dei mezzi. E, soprattutto, è fuori dal quadrilatero dei cento passi della Stazione, dentro il quale si muove l’intero mondo degli ultimi della fila, i senzatetto.

A Carbonara, ogni giovedì e sabato, trenta-trentacinque sono le bocche che cercano riparo alla fame che spinge come un ripido naufragio quando la vita è fatta di niente.

Il cielo la manda giù senza tregua e in mensa, stavolta, la parete umana di solitudini non arriva a quindici persone. È una parete fatta di gente del posto, pochissimi stranieri e una coppia del Libertà. Mezz’ora dopo le 12 è quasi tutto consumato. Due delle quattro volontarie, avanti negli anni, si muovono rapide a pulire come a dimostrare che non sono ancora nell’età in cui si va a finire al macero. Da vent’anni intercettano e preparano da mangiare a una periferia ai margini, che soffre e che se si è fermata a un passo prima dell’abisso è solo perché c’è una mutua solidarietà invisibile fatta di gente che a sua volta soffre. Madri con ciurme di figli, padri separati, ex imprenditori, lavoratori falliti.

Vittoria, poco più di 40 anni, e il marito, sulla cinquantina, arrivano dal «Libertà». Un tetto ce l’hanno: un sottano vicino al «Redentore», ma sono a rischio sfratto continuo perché hanno perso tutto: il negozio di chincaglierie e casalinghi e la casa popolare. Senza redditi e senza un lavoro le teste non sono mai al sicuro. Ma la coppia non ha mai perso la dignità. Lei sorride a lui, lui sorride a lei. Si girano, lei va giù dritta: «Chi ha tutto ride poco, chi ha poco sherza tanto».

Virginia, capelli corti, viso curato, è troppo giovane per lasciarsi andare in un corpo penosamente ordinario. Discreta e dimessa. È tornata da poco dalla sua città d’orgine: quattro figli, marito in carcere. Anche lei un approdo sicuro ce l’ha, ma è quello della madre. Che vive in provincia. Virginia fatica a pagare l’affitto a Cabonara: non fosse per la sua ostinata ricerca di lavoretti come colf e per i pacchi dono dalla mensa e la «spesa a punti» all’Emporio della solidarietà, il mini market gratuito messo su da parroco e parrocchiani, uno dei marmocchi sarebbe forse già ceduto al buroaffido. Sono ottanta in tutto le famiglie che passano in parrocchia a ritirare la sopravvivenza. E più di una rivende il «pacco spesa» ogni volta che c’è da acquistare farmaci.

Carlo (anche per lui: nome inventato, storia vera) è precipitato dopo il matrimonio andato a rotoli: i due figli hanno più di trent’anni, ma lui non chiede aiuto a nessuno. Tira a campare in una torretta, periferia della periferia, senza luce e senza acqua. Dice di farcela a contare i giorni dei tre anni che mancano da qui alla pensione sociale. Ma il corpo inclinato è una raccolta di sconfitte anche fisiche.

E poi, Ferdinando, 48 anni. Lui non ha più neanche un piede nel mondo normale di chi forse si salverà. Era un Geppetto in erba dalle grandi promesse quando lavorava nella falegnameria del padre. La malavita lo assordò con le sirene del guadagno facile ai tempi delle «bionde». Ma dopo che l’affare delle sigaratte di contrabbando è finito sotto scacco, la vita gli ha infilato un rosario di guai. Che gli ha tranciato famiglia e casa, ma non la voglia di cantare: non c’è pasto di giovedì e sabato in gloria se non termina con l’«Ave Maria» di Schubert intonata davanti all’altare. E l’altra dose di successo la prende negli stanzoni di «Andromeda», il dormitorio: quando non gli consentono di cantare, accartoccia in un broncio che dura ore quelle note castrate. Ferdinando è in strada anche ora che piove a pelo di bue.

Le gocce lunghe e gelate che si infilano nel collo del cappottino sgualcito, non fermano nemmeno Pino Busco. Non ha mai nascosto il nome a nessuno, Pino. Nemmeno la sua storia: 57 anni, militanza attiva nei partiti della sinistra radicale, lunghe frequentazioni dei centri sociali, Pino finisce per strada dopo aver smarrito la bussola del lavoro: benzinaio, cameriere, vigilante. Nel 1997 il divorzio e da allora una penitenza cominciata in auto e passata a cornice peggiore, il dormitorio. Uscire dallo sportello ed entrare in un centro di brande d’accoglienza è la prima svolta vera di consapevolezza che sei un uomo solo e povero. Il racconto di Pino è una raccolta d’ira: «Cominciai pensando che sarebbe stata un’esperienza breve, eccezionale. Se finisci per strada non ne esci. Ora dormo nei container ella Croce Rossa. I volontari sono persone stupende. Ma la struttura fa lo stesso schifo della povertà. Devi fare 40, 50 metri per farti la doccia. Siamo 18 a dormire nel container, il mio è il più grande. Gli altri sei container sono da dieci letti. Le coperte non mancano, e i condizionatori funzionano bene, bisogna dirlo. Ma non c’è possibilità di fare una lavatrice. Per lavarsi sono a disposizione solo due lavandini, all’esterno, sotto una tenda, e con l’acqua F R E D D A. Niente shampo, niente dentifricio. Se ti senti male, neanche un aspirina. E all’”Andromeda” non è che si stia poi tanto meglio. Sia chiaro. Nessuno pretende l’albergo. Ma se un servizio per la povertà estrema va prevista allora va attrezzato con regole uguali e standard minimi senza escludere nessuno e nemmeno fare selezioni che sanno di nazismo. Il dormitorio è il primo rifugio estremo? Allora non puoi porre condizioni, tu che hai i documenti entri, tu che sei alcolista in delirio attivo no, a meno che non faccia freddo. Né si può sballottare i senzatetto da un regolamento all’altro. Lì entri solo se superi il colloquio, e ci rimani al massimo 5 mesi, e lì invece ci puoi rimanere addirittura per un anno e mezzo. Non si possono fare regole diverse per casi analoghi, salvo poi cambiare le regole nell’emergenza. Un welfare che si rispetti deve superare il sistema dormitorio, dare da mangiare e da dormire è assistenzialismo. Ma se è necessario allora che si coinvolga nell’organizzazione e nella gestione chi lo patisce e lo vive il sistema. Cosa voglio dire? Se dai un lavoretto di 300 euro mensili a due utenti del dormitorio, due che possono ripartire, allora avresti due persone che insieme potrebbero affittarsi un appartamentino e lasciare i letti a chi non ce la fa più o non vuole una vita diversa. E invece trovi gente a marcire o supermalati che dovrebbero terminare i giorni in strutture di cura, non per strada o in branda. Non vorrei che mantenere così le cose convenga a tutti»

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