Venerdì 20 Febbraio 2026 | 21:49

Bari, l'orgoglio di Longo: «Ci danno per morti, ma la quota salvezza è vicina»

Bari, l'orgoglio di Longo: «Ci danno per morti, ma la quota salvezza è vicina»

Bari, l'orgoglio di Longo: «Ci danno per morti, ma la quota salvezza è vicina»

 
pierpaolo paterno

Reporter:

pierpaolo paterno

Bari, l'orgoglio di Longo: «Ci danno per morti, ma la quota salvezza è vicina»

Il tecnico biancorosso: i playout sono a 2 punti, la permanenza a 4. Ma dobbiamo diventare squadra: cerco equilibri tattici e di spogliatoio

Venerdì 20 Febbraio 2026, 12:56

La lucidità dell’analisi non basta più, ora servono risposte concrete. Moreno Longo affronta senza filtri il momento più delicato della stagione del Bari, sempre penultimo e atteso da una trasferta che sa di ultima chiamata. Verso Padova, la vigilia è sospesa tra consapevolezza e resistenza. Il tecnico biancorosso parte dal contraccolpo emotivo lasciato dalla sconfitta contro il Sudtirol: «Spero che la squadra abbia sofferto e sia stata male per questa sconfitta. Solo patendola e provando dolore, riesci dopo ad avere una reazione». Il concetto è chiaro e introduce il tema centrale della rinascita mentale, prima ancora che tattica.

Il discorso si allarga alla dimensione più ampia della sopravvivenza sportiva. «Non possiamo mollare di un centimetro, anche quando si vede tutto nero. Si dà il Bari già per retrocesso, senza speranze. Dobbiamo invece persistere e perseverare. I playout sono a meno due. La salvezza a quattro. Serve trovare le forze per centrare l’obiettivo. Mi focalizzo per far diventare il Bari una squadra. Perché non lo è. Cerco equilibri tattici e di spogliatoio. Devo formare una squadra. Siamo un gruppo senza identità precisa. Quando in campo si pensa singolarmente, arriva la sensazione di disgregazione».

Parole che fotografano una realtà cruda, in cui il problema principale non è solo tecnico. In questo scenario, Longo ribadisce la propria volontà di affrontare la tempesta. «Non mollo nelle problematiche per la mia testardaggine. Prendersi le responsabilità è sempre la strada giusta. Fare un passo indietro significa lavarsene le mani. E io non voglio. Mi sento tutto addosso». Una dichiarazione che introduce il tema della responsabilità personale: «Curiamo ogni aspetto. Mentale e tecnico-tattico. Ai ragazzi chiedo di metterci un pezzettino di proprio. Bisogna mettere in campo anche le letture singole delle situazioni, dove non ci sono altri che possono gestire. Ci sono dinamiche in cui il calciatore deve prendersi delle responsabilità. Non va bene il compitino».

Il discorso scivola poi sul tema della leadership raramente concretizzato. «Inutile elencare oggi quello che manca. La fascia di capitano a Dorval? Era quello con più militanza. La fascia da capitano non è fondamentale per esprimere la leadership. Ognuno può essere capitano con le proprie caratteristiche. Quello che conta è chi aiuta la squadra in qualsiasi modo. Dalla prossima partita cambieremo». È il segnale di possibili scelte nuove, forse anche dolorose: «Quando non hai una identità precisa, ricerchi equilibrio nelle due fasi. Altrimenti, la coperta sembra corta. Ribadisco, prima di tutto devi diventare una squadra. Si deve entrare in campo con una solidità mentale diversa. Poi, parliamo del resto». In questo contesto, le gerarchie non sono più un punto fermo. «Non guardo carte d’identità o curriculum. Metto dentro chi mi dà delle sensazioni in settimana. Anche se non basta. Quello che diciamo non conta più. Vale quello che facciamo. Fosse per me, eviterei di fare conferenze stampa. Non vendo fumo e pensieri. Lascerei più spazio a ciò che c’è da fare».

Anche il mercato di gennaio, che avrebbe dovuto rappresentare un punto di svolta, si è rivelato un processo complesso. «Nelle rivoluzioni o si incastra tutto subito o fatichi a trovare l’equilibrio. I nuovi stanno cercando di integrarsi in fretta. Si nota la loro diversità. Il gruppo storico deve darci una mano importante essere competitivi nei 90 minuti». Longo non si nasconde nemmeno dietro la gestione delle risorse. «La valutazione ci può stare se non cambia troppo gli equilibri di una partita. Tutto deve avere una logica, come un fuori ruolo per un approccio più solido. Però, servono le caratteristiche per fare certe cose per non compromettere la fisionomia di gioco. A volte serve l’esperienza. Altre la spensieratezza del più giovane».

Il presente, però, impone di guardare solo all’immediato. «In questo momento, conta solo la prossima partita di Padova. Non serve fare tabelle di marcia. Moncini e Gytkjaer possono coesistere. Vanno fatte delle scelte, per mettere in campo anche gli altri nelle posizioni giuste per esprimersi meglio. Con le due punte, ad esempio, Rao dovrebbe lavorare diversamente Non si può giocare sempre con due attaccanti».

Infine, l’analisi si sposta sulla forza dell’avversario. «Quando metti dentro undici nuovi giocatori e cambi tre allenatori - conclude Longo - rende logico il fatto di non essere squadra. Non veniamo neanche da un mese normale. Ma di tanti turni infrasettimanali, a fronte di una decina di allenamenti pieni. Questa è la vera difficoltà. Sapevo di ritrovarmi in questa dinamica. Il centrocampo a tre? Un’opportunità da valutare nell’ottica di far giocare due attaccanti e senza trequartista. Ma non mi fossilizzerei su questo. Quanto sul mettere dentro i mattoni per alzare il livello della prestazione e portare verso il risultato con una percentuale più alta. Il Padova ha una forte identità, viene da un campionato vinto e gioca a memoria. Non ha individualità di spicco, ma è un insieme di giocatori che funziona. La B non è solo curriculum. Sappiamo che partita ci aspetta. Vorranno eliminarci dalla lotta».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Marchio e contenuto di questo sito sono di interesse storico ai sensi del D. Lgs 42/2004 (decreto Soprintendenza archivistica e Bibliografica Puglia 18 settembre 2020)

Editrice del Mezzogiorno srl - Partita IVA n. 08600270725 (Privacy Policy - Cookie Policy - - Dichiarazione di accessibilità)