Mercoledì 07 Gennaio 2026 | 22:41

Bari, il 118 sul baratro: mancano i medici. «Senza contratto e senza tutele il sistema non regge»

Bari, il 118 sul baratro: mancano i medici. «Senza contratto e senza tutele il sistema non regge»

 
Viviana Minervini

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Viviana Minervini

Bari, il 118 sul baratro: mancano i medici. «Senza contratto e senza tutele il sistema non regge»

Dai 170 in servizio nel periodo Covid sono scesi a 55: in 6 andranno in pensione a giorni

Martedì 06 Gennaio 2026, 16:51

«Il 118 regge ancora solo grazie al senso di responsabilità di chi è rimasto, non certo per come è organizzato». È da qui che parte l’allarme lanciato dai medici dell’emergenza territoriale, che raccontano una crisi prima di tutto contrattuale, poi numerica, infine sistemica. Una crisi che, spiegano, non nasce oggi ma che dopo le elezioni rischia di esplodere in tutta la sua evidenza.

Il nodo centrale è il rapporto di lavoro. «Da quando esiste il 118 – dichiarano i medici – il nostro è un rapporto convenzionale, non di dipendenza». Tradotto: meno diritti, meno tutele, meno garanzie. «La paga oraria è circa un terzo rispetto a quella dei colleghi dipendenti, non esistono tredicesima e Tfr, la malattia è sostituita da un sistema assicurativo macchinoso che spesso non garantisce lo stipendio in caso di eventi gravi». Un assetto che, col passare degli anni, ha reso il servizio sempre meno attrattivo. «È difficile chiedere ai giovani medici di scegliere l’emergenza – spiegano – quando vengono trattati come professionisti di serie B».

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. «Durante il Covid, solo nella provincia di Bari, i medici del 118 erano circa 170. Oggi siamo 55 e a fine gennaio altri sei colleghi andranno in pensione». Una riduzione drastica che stride con l’estensione del territorio da coprire: «Parliamo di un bacino enorme, con decine di postazioni tra automediche, ambulanze medicalizzate e punti di primo intervento distribuiti in tutta la provincia». Il riferimento è a una rete vasta e complessa di postazioni: automediche, ambulanze medicalizzate e punti di primo intervento distribuiti su tutta la provincia di Bari, da città densamente popolate come Bari, Bitonto, Monopoli e Altamura fino ai comuni dell’entroterra. Un sistema che, sulla carta, garantisce capillarità, ma che nella pratica rischia di svuotarsi di una componente essenziale: i medici a bordo dei mezzi di emergenza

Eppure, ricordano, le promesse non erano mancate. «Durante la pandemia – spiegano – le istituzioni avevano finalmente riconosciuto il ruolo del 118. Ci era stato detto che il contratto sarebbe stato rivisto, che il servizio sarebbe stato riordinato, che la paga oraria sarebbe aumentata. Si era arrivati persino a parlare di passaggio alla dipendenza». Con la fine dell’emergenza sanitaria, però, «sono finite anche le buone intenzioni». Molti professionisti hanno scelto altre strade: medicina di base, pronto soccorso, specialistica ambulatoriale.

Negli ultimi mesi, raccontano ancora, «prima delle elezioni si è tenuta una riunione con i sindacati: sembrava tutto pronto, mancava solo la firma della giunta regionale». Poi lo stop. «La lentezza burocratica, forse anche la volontà di prendere tempo, ha rinviato tutto a dopo il voto. Oggi quelle promesse risultano completamente disattese».

Nel frattempo, i pochi medici rimasti hanno retto il sistema con turni spesso doppi o tripli. «Ora però – dichiarano – abbiamo deciso di attenerci all’orario minimo previsto». Una scelta che avrà conseguenze inevitabili: «Meno mezzi coperti, tempi di risposta più lunghi e un ulteriore sovraccarico dei pronto soccorso, già messi in difficoltà dalla carenza di medicina territoriale e continuità assistenziale».

Sul piano delle competenze, la normativa è nazionale e la responsabilità operativa è regionale. La Asl non ha margini decisionali: può solo assicurare la retribuzione prevista. Per questo l’attenzione è ora tutta rivolta alla Regione e al nuovo presidente pugliese, Antonio Decaro, che si insedierà domani: «Ci auguriamo lungimiranza – concludono – perché la vita va avanti, le malattie non vanno in sciopero e il diritto alla salute non può essere rimandato a data da destinarsi».

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