BARI - Tornano liberi tre imprenditori coinvolti nel blitz «Codice Interno» della Dda che il 26 febbraio ha portato all’arresto di 135 persone. Il Tribunale del Riesame ha annullato l’ordinanza cautelare per due baresi e un coratino. I primi due erano finiti agli arresti domiciliari per una presunta asta giudiziaria truccata relativa alla vendita di un capannone a Matera, a luglio 2018. Asta che, secondo la Procura di Bari, sarebbe stata pilotata con lo zampino della mafia.
Per i due baresi, assistiti dagli avvocati Michele Laforgia e Federico Straziota, i giudici hanno accolto i ricorsi ritenendo insussistenti i gravi indizi di colpevolezza. «Tra l'imprenditore barese e gli esponenti del clan Parisi - ha motivato la difesa - non risulta alcuna collusione e neppure reciproco scambio di favori. L'uomo non si è mai rivolto al clan e non è sceso in alcun modo a patti con gli esponenti della criminalità organizzata». Il suo unico obiettivo nella procedura era recuperare il credito vantato nei confronti della società fallita proprietaria del capannone all’asta (su cui la sua società aveva precedente iscritto ipoteca, quindi era un creditore privilegiato).
Per quanto riguarda l'altro imprenditore, la difesa ha chiarito la natura del rapporto di conoscenza con Tommaso Lovreglio, il figlio del boss di Japigia ritenuto l’artefice del raggiro: la società dell'imprenditore da più di vent’anni si occupava della manutenzione dei bus Amtab, azienda municipalizzata barese di cui Lovreglio era dipendente. E sarebbe stato Lovreglio a parlare a Bellizzi della questione dell’asta giudiziaria, chiedendo di incontrare il genero. I due «non hanno in alcun modo percepito che all’asta fosse interessato un clan». Anche per l'altro imprenditore, quindi, l’ordinanza cautelare è stata annullata, con riqualificazione del reato da turbativa d’asta in astensione dagli incanti con l’aggravante mafiosa.
La posizione dell’indagato coratino, difeso dall’avvocato Mario Malcangi, riguarda un’altra delle vicende contestate dalla Dda...
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