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BARI - I primi casi già iniziano ad esserci. Personale sanitario che non si è voluto vaccinare e che ha contratto il Covid, magari anche infettando altre persone. Una situazione che a breve si potrebbe riproporre anche per il personale scolastico, dove non pochi hanno rifiutato il vaccino messo a disposizione. Tutte persone che svolgono lavori a responsabilità pubblica.

«Come studio Polis alcuni nostri clienti ci hanno chiesto come comportarsi in casi che sicuramente creeranno delle casistiche – spiega l'avvocato Michele Laforgia -, tanto che abbiamo fatto un approfondimento. La domanda che per lo più ci viene posta è: “Come mi comporto se un mio dipendente rifiuta di farsi vaccinare?”. Il problema vero molto italiano è che le norme e le autorità che dovrebbero farle rispettare il più delle volte vanno in corto circuito, con un legislatore sempre in ritardo».

Le ipotesi che si potrebbero aprire sono tante e alcune già fanno capolino tra le pagine dei giornali: nel reparto dei Rianimazione dell'ospedale San Paolo un infermiere, che si è rifiutato di farsi vaccinare, ha contratto il virus e sviluppato sintomi pesanti, in contemporanea ad un medico che invece vaccinato ha avuto solo sintomi simil influenzali. Pur non avendo stabilito se il primo avesse contagiato il secondo, le ipotesi sono possibili e anche i dubbi. E se la fonte del contagio fosse il non vaccinato? E se ad andare di mezzo fossero pazienti magari fragili? Come è possibile che un operatore sanitario non coperto dal vaccino fosse ancora al lavoro in un reparto così sensibile? Domande che sono solo le prime, perché ci si può interrogare anche sulla responsabilità civile di una persona che rifiuta un vaccino in un momento così critico e su chi è tenuto a vigilare.
«Ho letto la notizia sui giornali, ma naturalmente mi è impossibile fare una valutazione sul caso specifico – sottolinea Laforgia -. Quello che però è ampiamente possibile è analizzare i problemi che si potrebbero avere nel prossimo futuro. Il punto di partenza è normativo: in primo luogo di rango costituzionale, per i doveri di solidarietà che riguardano indistintamente tutti i cittadini a norma dell’art. 2 della Costituzione. È un principio fondamentale della Repubblica. Inoltre, l’art. 20 del Testo Unico sulla Sicurezza del Lavoro previsto dal Dlgs 81/2008 stabilisce che “ogni lavoratore deve prendersi cura della propria salute e sicurezza e di quella delle altre persone presenti sul luogo di lavoro, su cui ricadono gli effetti delle sue azioni o omissioni, conformemente alla sua formazione, alle istruzioni e ai mezzi forniti dal datore di lavoro”. Quindi la prevenzione, anche del contagio da Covid 19, non è solo un obbligo del datore di lavoro, ma anche dei lavoratori, a tutela di se stessi e dei terzi. Vale per le regole in vigore per l’emergenza pandemica (protezione delle vie respiratorie e distanziamento), e vale ovviamente per i vaccini, qualora vengano messi a disposizione dei dipendenti».

E fin qui tutto chiaro come cornice generale, solo che poi si entra nello specifico. Al momento la possibilità di essere vaccinati è stata offerta agli operatori sanitari, al personale scolastico e alle Forze di Polizia, tutte persone che hanno precisi doveri di cura e contatto con le persone.

«Gli insegnanti e, soprattutto, gli operatori sanitari, hanno, oltre un dovere deontologico, un vero e proprio obbligo di protezione nei confronti di chi è loro affidato per ragioni di studio o di salute. Come dice la Cassazione, anche penale, hanno una “posizione di garanzia” nei confronti di studenti e pazienti, oltre che dei colleghi, e rispondono dei danni arrecati con dolo o colpa. Se rifiutano il vaccino espongono a un rischio aggiuntivo se stessi e gli altri e di questo possono essere chiamati a rispondere. La responsabilità, può riguardare anche i terzi, in caso di ulteriore diffusione del contagio fuori dall’ambiente scolastico e ospedaliero, ad esempio fra i familiari. Esiste anche un profilo di responsabilità, civile e penale, a carico dei dirigenti scolastici e sanitari. Perché essi sono a loro volta responsabili della sicurezza dei luoghi di lavoro, avendo il potere, e il dovere, di verificare l’idoneità dei lavoratori a svolgere le proprie mansioni e, in mancanza, destinarli se possibile ad altre funzioni».

In pratica se hai un lavoro pubblico e non ti fai vaccinare, uno: puoi doverne rispondere personalmente dei danni arrecati; due: il tuo dirigente può (e deve) spostarti ad altro incarico, dove meno puoi creare problemi di contagio.
«In via generale nessuno può essere obbligato a vaccinarsi – spiega l'avvocato Laforgia - perché i vaccini sono un trattamento sanitario che, per principio costituzionale, non può essere imposto se non per legge. Ma la Corte Costituzionale ha affermato – con la sentenza n.137/2019, relatore Cartabia – che in particolari situazioni (e l’emergenza pandemica rientra certamente fra queste) le Regioni possono organizzare la sanità in termini tali da salvaguardare il diritto-dovere del datore di lavoro di garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro. In Puglia, poi, vige uno speciale Regolamento regionale n. 10/2020 recante “disposizioni per l’esecuzione degli obblighi di vaccinazione degli operatori sanitari”, secondo cui chi rifiuta di vaccinarsi deve essere ritenuto “non idoneo all’attività”. E il TAR il 26 novembre scorso ha detto che il Regolamento è legittimo, perché coerente con i doveri del datore di lavoro in tema di salute e sicurezza».

Riassumendo: il vaccinarsi è una scelta, ma se non la si rispetta si può incorrere in problemi lavorativi perché il datore di lavoro può decidere si spostare il dipendente ad altro incarico (o anche licenziarlo) e se si trasmette il contagio si può essere chiamati in causa per dolo. Sembra tutto chiaro e semplice.
«Purtroppo però nel sistema italiano la semplicità non è di casa. A nostro parere, e in seguito agli approfondimenti fatti come studio legale, almeno gli operatori sanitari devono vaccinarsi, e se non lo fanno, oltre a rischiare sul piano civile e penale, possono essere destinati ad altre mansioni e sottoposti a procedimento disciplinare, sino al licenziamento. Ma ecco una complicazione: il Garante della Privacy ha recentemente affermato che il datore di lavoro non può essere informato dal medico competente né sulla vaccinazione, né sul contagio di un dipendente. E a questo punto il sistema rischia di andare in corto circuito».

E quindi qual è la soluzione? «È facile: ci vuole una legge dello Stato che stabilisca chiaramente diritti e doveri. Per garantire i lavoratori, i datori di lavoro e noi. Perché la salute e il lavoro sono beni primari, che vanno garantiti a tutti».
In assenza di una legge certa saranno i giudici a dover sbrogliare le matasse, nel momento in cui le prime cause civili e penali dovessero approdare nelle aule di tribunale. «Creando disparità come altre volte è accaduto – mette in evidenza Laforgia -, perché un giudice di Trento può non pensarla come un suo collega barese e arrivare a conclusioni differenti. A farne le spese alla fine sono sempre i cittadini».

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