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BARI - È chiusa in una fotografia la storia di questo anno: Antonio Decaro, appena rieletto, abbraccia i baresi assiepati dinanzi al comitato elettorale di corso Vittorio Emanuele. «Aggirai anche la scorta. Dissi: ragazzi, scusate, ma io me li voglio abbracciare uno per uno». Una folla, una festa. Un anno fa. «Oggi non posso abbracciare nessuno. Nessuno può abbracciare nessuno. È la cosa che più mi manca». Il 26 maggio 2019 i baresi affidarono alle urne la scelta del primo cittadino. Decaro fu eletto al primo turno con oltre il 66% dei consensi. Cinque anni prima era stato necessario passare attraverso l’ulteriore filtro del ballottaggio, lo scorso anno invece il rapporto tra il sindaco e la città uscì dalle urne straordinariamente rinsaldato. Ma oggi il bilancio di questo primo anno della seconda amministrazione Decaro incrocia la cronaca di un’emergenza inaudita e inedita. Una storia nella storia.

L’emozione, la paura, la memoria, la speranza. Sindaco, un anno passato in fretta...

«Eppure pensavo che oggi, a distanza di un anno, avrei continuato ad accompagnare i baresi nel processo di riappropriazione della città, dal mare ai parchi a tutti gli spazi pubblici, quelli recuperati nei cinque anni precedenti e restituiti a una fruibilità nuova, a una condivisione. E invece mi sono ritrovato a chiuderli, quegli stessi spazi»

L’immagine più dolente?

«Il nastro bianco e rosso sul nuovo lungomare di San Girolamo o nella piazzetta di Barivecchia che con tanta fatica abbiamo reso pedonale».

Torniamo a qualche mese fa, prima che divampasse l’emergenza. Quale il simbolo della sua azione amministrativa, fino a quel momento?
«La riapertura del Teatro Piccinni. È stato un momento bellissimo, una festa collettiva ancora una volta dedicata alla riappropriazione di un luogo rimasto chiuso per troppo tempo. Per me un pezzo importantissimo di un processo che di lì a qualche mese, era dicembre, avrebbe portato alla Primavera Mediterranea in via Argiro, al Bif&st, all’inaugurazione delle piazze pedonali del Libertà...».

Parliamo del Redentore e di piazza Disfida di Barletta? Ma qui i lavori sono andati avanti anche durante il lockdown.

«Sì, per fortuna, infatti per l’estate saranno restituite alla città. Nel parco della Rossani, invece, ci siamo dovuti fermare. Anche piazzetta dei Papi, sostanzialmente pronta, mancavano solo le giostre ma nei mesi di chiusura era impensabile montare le giostre».

Insomma, una brusca frenata per la sua amministrazione e una battuta d’arresto sociale ed economica per l’intera comunità.

«Abbiamo dovuto rivedere completamente le nostre priorità. Ci siamo all’improvviso trovati a dover ragionare di mascherine, aiuti, controlli. Tutto è cambiato, necessariamente. Ma usciremo dall’incubo».

Qualcuno dice che ne usciremo migliori... Com’è stata la risposta dei baresi a questo «incubo»?

«A parte qualche eccezione, i baresi hanno dato prova di grande responsabilità. Se siamo riusciti ad abbattere massicciamente i contagi, gli ultimi dati parlano di soli 65 positivi, è perché la maggior parte delle persone è rimasta a casa. E grande, voglio sottolineare, è stata anche la solidarietà».

Perché all’improvviso oltre all’emergenza sanitaria è esplosa anche l’emergenza sociale.

«Sì. E 300mila euro di aiuti raccolti tra singoli individui e aziende sono una cifra importante. Per non parlare dei 700 volontari che si sono messi a disposizione dei cittadini in difficoltà. Voglio dire che Bari ha dimostrato di essere di gran lunga migliore di come viene descritta».

Il suo momento più difficile?

«Il giorno del lockdown, alle 18 in via Argiro».

Il giorno delle sue lacrime pubbliche.

«Sì, pensavo a tutto quello che avevamo fatto insieme: i turisti, i tavolini, la festa di San Nicola, le Frecce Tricolori, tutte le cose belle di una città ogni anno più bella e frizzante. In un attimo era sparito tutto. È stato un momento difficilissimo».

Si è mai sentito solo?

«No. Anzi. Devo ringraziare tutta la politica, anche gli amministratori dell’opposizione che non hanno fatto critiche sterili ma mi hanno aiutato, dandomi consigli, collaborazione. I baresi hanno scelto bene i propri rappresentanti. Ovvio, non sarà sempre così, torneremo a litigare. Ma in questi ultimi mesi ho apprezzato il loro aiuto».

Tutto è cambiato, dunque. Dobbiamo rassegnarci all’idea che prima del ritorno vero alla normalità dovrà passare del tempo. In quest’ottica deve cambiare anche la città, vanno ripensati gli spazi comuni, la nostra convivenza.

«È vero e ci stiamo già lavorando, spingendo sulla mobilità sostenibile perché esiste un’emergenza trasporti e certo non si può tornare all’uso indiscriminato delle automobili. In tutti i quartieri stiamo per ampliare piste ciclabili e aree pedonali. Bisognerà riorganizzare le abitudini».

Il bilancio del primo anno praticamente governato dall’emergenza. Ma cosa le manca di più della sua vita prima del virus?

«Gli abbracci, in fondo lo abbiamo già detto. La fisicità del popolo barese è un fatto genetico. Siamo fatti così, ci esprimiamo così. Ma torneremo a riabbracciarci. Più forte di prima».

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