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TERLIZZI - Un’auto che piomba sull’incrocio come un missile, lo schianto, la vita spezzata nel fiore degli anni. Ivan Valente ne aveva 27 quando un incidente stradale se lo è portato via per sempre. E ha distrutto anche la vita di chi ogni giorno deve fare i conti con quella tragedia, papà Nicolò e mamma Agostina.
Sono passati due anni e mezzo ma il padre del giovane, 49 anni, di Terlizzi, non riesce a darsi pace. Non solo il dolore di aver perso l’unico figlio, ma anche la rabbia di non essere ancora riuscito ad avere giustizia. «Chi ha ucciso il mio Ivan vive tranquillo con la sua famiglia, gira regolarmente in macchina, lavora. Le indagini hanno appurato le responsabilità dell’investitore eppure non si è tenuta ancora un’udienza nelle aule di giustizia». Nicolò Valente punta poi l’indice su una serie di circostanze che acuiscono la sofferenza, a partire dal mancato ritiro della patente al responsabile dello schianto mortale.
la tragediaÈ la mattina dell’8 settembre 2017 sulla statale che collega Olbia al Golfo degli Aranci, in Sardegna, quando Ivan è in viaggio sulla sua Ford Fiesta per raggiungere il posto di lavoro. Il giovane barese, dopo la laurea in economia e management all’Università di Olbia, ha deciso di intraprendere nell’isola la professione di agente immobiliare. Vive in casa della nonna materna, che è sarda. È contento di quel lavoro in una terra che ama e dove ha trovato l’amore di una ragazza: come tutti i giovani ha tanti progetti per il futuro. I suoi sogni si infrangono alle 10 di quel mattino. Sta uscendo da un incrocio per immettersi sulla superstrada in direzione Olbia. Un tratto stradale in discesa che poi forma una specie di saliscendi di un’ottantina di metri: proprio per questo lì vige un limite di velocità di 50 chilometri orari. Eppure, a quanto pare, molti giovani della zona usano quel tratto, e la bretella che dal paese vicino immette sulla strada principale, anche per provare l’ebbrezza della velocità, con l’effetto «ottovolante». Giochi pericolosi.

Quel giorno un 38enne, alla guida di una Ford C Max, lascia la superstrada per prendere la «bretella del brivido» e reimettersi poco dopo sulla statale. Un «bypass» che talvolta gli automobilisti utilizzano in caso di traffico. Solo che la Ford C Max, come appurato dalla perizia disposta dalla Procura di Tempio Pausania, piomba sull’auto di Ivan a ben oltre i 100 chilometri orari. In un tratto in discesa come quello, la C Max diventa un missile che sventra la Fiesta del giovane barese, che aveva appena lasciato l’incrocio. Nessun segno di frenata, nessuna possibilità di evitare l’impatto, nessuno scampo.
l’odissea giudiziariaDopo aver pianto il figlio, i genitori di Ivan hanno intrapreso un complicato, faticoso percorso per ottenere giustizia. Ma aspettano ancora. «Le responsabilità sono state chiare fin dal primo momento, l’incidente è stato causato dall’alta velocità, eppure il processo per omicidio stradale non è nemmeno iniziato», lamenta Nicolò Valente.
La difesa dell’investitore, intanto, ha chiesto, concordandolo con il pubblico ministero, il patteggiamento a due anni, senza le pene accessorie previste in questi casi, compresa la revoca della patente di guida. Il giudice delle indagini preliminari non ha accolto la richiesta ma non l’ha rigettata, invitando a riformularla.
Una pena così lieve sarebbe uno schiaffo, considera la famiglia della vittima.

L’avvocato Rino Facchini, che assiste Nicolò Valente, alla luce di tutta un serie di errori e di intoppi, ha presentato un’istanza di ricusazione del giudice al procuratore generale della Corte d’appello di Cagliari. Richiesta respinta, anche se le considerazioni del legale sono state ritenute idonee a confluire tra i documenti utili ai fini del procedimento.
Il 10 marzo, davanti al gup, si terrà una nuova udienza per discutere della richiesta di patteggiamento. Ma è possibile che salti per il caos con cui da mesi e mesi è alle prese il tribunale di Tempio Pausania. «Gli uffici giudiziari sono sotto organico - spiega l’avvocato Facchini - mancano magistrati e cancellieri, le cause pendenti non si contano, così come gli errori nel disbrigo delle pratiche. Una situazione che ha scatenato lo sciopero degli avvocati, che va avanti da mesi, potrebbe essere prorogato oltre il 10 marzo e ha fatto parlare i media di “giustizia da terzo mondo”. In effetti - osserva il legale - ottenere giustizia in queste condizioni è un’utopia».
Un’utopia che aumenta l’amarezza di Nicolò Valente. «La mia vita e quella di mia moglie si sono fermate quel maledetto giorno. Niente e nessuno ci potrà restituire Ivan, ma vedere che chi ha causato la sua morte gira ancora in macchina indisturbato acuisce il dolore. Non ci ha mai nemmeno chiesto scusa...Ho perso fiducia nella giustizia italiana. E Ivan non meritava tutto questo, noi non lo meritiamo». 

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