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L'inglese John Foot a Bari racconta l'Italia: «Troppe leggi, pochi treni, ma siete un grande Paese»

L'autore presenta il volume 'L'Italia e le sue storie'

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C’è una storia d’Italia positiva, fatta di persone che lottano, compiendo piccole e grandi rivoluzioni. Contrastando l’italica mania di gettarsi fango addosso, a ricostruire questa storia di cambiamento è un inglese, lo storico notissimo John Foot, autore del volume laterziano L’Italia e le sue storie.1945-2019, che, dopo Roma, sarà presentato oggi a Bari alla Libreria Laterza (ore 18) da Alessandro Laterza e Maddalena Tulanti.

John Foot, nel suo libro lei riesce a raccontarci con lo sguardo del disincanto. Secondo lei  in questo momento siamo un Paese bloccato o no?

«Dipende cosa vuol dire “bloccato”: la Costituzione è stata creata per evitare la concentrazione del potere e preservare “checks e balances” (ossia l’equilibrio tra i poteri). Bene, questa Costituzione esiste ancora, più o meno uguale a quella del 1948. Quindi - nel bene nel male - l'Italia democratica è stata disegnata per essere un Paese “bloccato”, per paura del ritorno del fascismo. Politicamente, quindi, è sempre stato molto difficile riformare l’Italia - anche per l'interesse di tanti gruppi che  vogliono/volevano mantenere il potere intatto (avvocati, medici, psichiatri, giornalisti, giudici, poliziotti) - soprattutto dopo la guerra, quando c’era una sostanziale “continuità” con lo stato fascista... e per non parlare della Chiesa».

Ma oggi?
«Oggi la definizione di “Paese bloccato” andrebbe vista in funzione di un sistema elettorale che non riesce a produrre una maggioranza efficace… ma anche in vista di una frammentazione della politica nel periodo intorno alla fine della guerra fredda, con il collasso dei partiti di massa, il populismo (sinistra/destra/cinquestelle). Ma c’è anche una società bloccata nel senso dell’accesso dei giovani e meno giovani al potere/successo/carriera. Nel mio libro scrivo che sono pochissime le persone sotto i 40 anni che sono riusciti a diventare professori universitari. L’Italia è una società con un altissimo livello di talento/educazione/qualificazione/creatività, ma si deve aspettare troppo per avere la possibilità di sfruttare il talento. Quindi, molti vanno all’estero, o stanno a casa fino al 40 anni - un sistema che crea precarietà, emigrazione, frustrazione - ed ecco i Cinquestelle, oppure il Salvinismo - ed ecco la colpa facilmente scaricata sugli altri: immigrati, buonisti, Europa e la casta».

Gli uomini e le donne che hanno permesso all'Italia di fare passi in avanti? Lei ne indica alcuni nel suo saggio (e si è tanto occupato della storia del grande Basaglia). Chi sono questi «eroi» e perché ha scelto loro?

«Volevo raccontare alcune storie in cui si vede che il gesto di un individuo può cambiare la storia - potrebbe essere un rifiuto (come nel caso di Basaglia che dice no alla prassi di legare i pazienti di notte), oppure Franca Viola che dice no al matrimonio forzato, o Aldo Braibanti che non nasconde la sua sessualità nell’Italia degli anni Sessanta. O ancora, Mina che si rifiuta di sposarsi quando rimane incinta, oppure un’ opera d’arte che rivela all’Italia se stessa, come “Paisà” nel 1946 di Rossellini; oppure Mario Balotelli che non resta in silenzio quando è ripetutamente insultato per il colore della sua pelle. Questi momenti di ribellione sono stati importantissimi nel cambiamento/modernizzazione dell’ Italia e qualche volta sono tradotti in vere e proprie riforme: la legge Basaglia, le leggi sul divorzio e aborto, il cambiamento culturale. In alcuni casi, queste ribellioni creano vere e proprie alternative, come Barbiana e Don Milani, per esempio».

E le storie che avrebbe voluto raccontare ancora?
«Tante. La resistenza quotidiana, direi… Ne dico una per tutte: quella di Mimmo Lucano e la storia di Riace».

Se dovesse individuare il periodo più interessante della storia italiana dal dopoguerra a oggi? E il peggiore?
«Il migliore direi che è quello del boom fino al 1968: c’era un grande movimento nella società italiana, un’esplosione di creatività, un’ondata di protesta che crea ricchezze e benessere e tante cose bellissime (macchine, arte, cinema, poesia, design, musica) ma anche riforme, come la legge sulle carceri (1975), sulla famiglia (anche 1975) eccetera. Ovviamente, c’erano tanti lati oscuri: una mancanza di rispetto per l’ambiente (e l’Italia, oggi, sta pagando il prezzo per questo). Il periodo peggiore? Non lo so. Per me gli anni ‘90 sono stati una “opportunità mancata” per l’Italia, dopo il crollo dei partiti. Arriva Berlusconi, che sostanzialmente governa (o non governa) per se stesso e focalizza tutto su di lui. Vent’anni di Berlusconi hanno lasciato un’eredità pesantissima».

Nel libro lei parla anche di Bari e dello sbarco della Vlora. Quanto contano questo episodio e la storia di un sindaco coraggioso come Enrico Dalfino nella storia d'Italia e soprattutto del Sud? E cosa manca oggi al Sud?
«La storia della Vlora è straordinaria, e emblematica e anche molto importante. È il primo e più drammatico momento di emigrazione di massa dall’Est ed è la prova lampante della fine della guerra fredda. Il povero sindaco di Bari che cerca di fare qualcosa contro tutti (che lo scaricano come “un cretino”) è un esempio di una classe politica che non c’è più. Resta un gesto umanitario in una situazione dove la politica fallisce completamente. La Lega usa la foto della Vlora con una frase semplice ma efficace “BASTA!”. Da allora, nessun governo ha capito o gestito con umanità e razionalità i flussi di immigrazione verso l’Italia. L’immigrazione non è stata spiegata; agli immigrati non è stato dato il potere di integrarsi (il voto, per esempio) e il risultato di tutto questo è che quelli che soffiano sul fuoco stanno vincendo. E non solo in Italia. Lei mi chiede del Sud: secondo me non esiste “un solo Sud”, sono tante realtà che andrebbero studiate con una mente aperta. La questione meridionale non è più quella dell’Ottocento. La mafia è fortissima al Nord come al Sud. Direi che ci sono tante isole di eccellenza al Sud come al Nord. Quello che manca, sono le infrastrutture. Dagli aerei ai treni che sembrano quelli di Cavour, o il difficile rapporto con la legalità quotidiana (quanti mettono la cintura di sicurezza in macchina?). L’Italia è un Paese con tantissime leggi, spesso non applicate. È sempre bella la citazione di Giolitti “Per gli amici s’intepreta la legge, per i nemici si applicano le leggi”. Ma qui rischio di essere troppo... inglese! In generale, ho cercato nel libro di non individuare quello che manca in Italia, ma di descrivere quello che c’è. Io amo profondamente l’Italia e ci sono momenti di grande bellezza e di trionfi: penso a Fausto Coppi, al mondiale del 1982, alla musica Fabrizio de Andrè, ai magistrati dell’antimafia e potrei continuare. La storia non è mai lineare o semplice. Mai».

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