Martedì 10 Dicembre 2019 | 20:08

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Clan, droga e «Pil» («prodotto interno lordo»). Il valore dell'economia illegale e del sommerso a Bari negli ultimi anni è salito in maniera graduale e inesorabile.
La crescita in particolare delle attività fuorilegge è dipesa secondo l'Istat soprattutto dal traffico di stupefacenti e dal mercato dello spaccio ed ha raggiunto tra il 2017 e il 2018 il 12% del Prodotto interno lordo ( ossia il valore dei prodotti e servizi realizzati all'interno dei confini regionali ), Pil attestato in Puglia intorno 68 miliardi di euro; a Bari e provincia la cifra del malaffare nel settore droga si stima a poco più di 3 milioni all’anno.  L'ultima relazione del Ministero dell'Interno sull'attività e i risultati della Direzione investigativa antimafia rileva l'esistenza di un elenco di 15 clan che a Bari gestiscono un affare da milioni di euro e danno da mangiare a centinaia di famiglie.

I traffici di droga entrano a far parte quindi del computo del Pil e condizionando le statistiche sulla distribuzione dei redditi e della ricchezza in particolare in quei quartieri a maggiore incidenza criminale. Un sistema economico e produttivo che pone al centro del suo modello organizzativo la piccola impresa a conduzione familiare in cui il collante è rappresentanto non solo dai comuni interessi speculativi ma anche dai vincoli di sangue, dai rapporti di parentela, di amicizia, di «comparanza».
Un esempio? I Carabinieri  del Nucleo operativo della Compagnia di Bari Centro a Japigia hanno arrestato 4 uomini e tre donne, legate da vincoli di parentela e amicizia di famiglia e lunga frequentazione, in flagranza del reato di detenzione ai fini di spaccio di sostanza stupefacente. Avevano attrezzato in casa un piccolo laboratorio, non per preparare sgagliozze ed orecchiette da vendere sulle bancarelle di Bari Vecchia ma dosi di eroina, hashish e marijuana. Bilancini di precisione, cartine, bustine in plastica, nastro adesivo, lame per il taglio della sostanza. Sul tavolo della cucina di questa specie di «comune» dello spaccio i Carabinieri hanno trovato insieme a più di un chilo e mezzo delle tre sostanze anche il kit del perfetto spacciatore.
Il blitz è avvenuto durante una riunione di famiglia. Due degli uomini hanno piccoli precedenti di polizia, immacolata la reputazione e la fedina penale del resto della comitiva. Acquistata da un grossista la sostanza, parenti e amici si erano riuniti per preparare insieme le dosi. I guadagni avrebbero risollevato le sorti dei bilanci familiari di ognuno. Tutto all'insegna di una gestione domestica.

La rete commerciale dei signori della droga è composta da una fitta rete di laboratori casalinghi,  piccole imprese di confezionamento e spaccio. A libro paga ci sono disoccupati, casalinghe, studenti, doppiolavoristi.
Per capire quanto sia esteso il fenomeno basti pensare che Bari è tra le prime 49 città italiane dove si spaccia di più. Una posizione calcolata sul numero di denunce (60,930) ogni 100mila abitanti. Nel 2018 sono state complesivamente 767, che di media fanno  2,10 denunce al giorno con una variazione rispetto al 2017 di + 8,79.  

Come ogni prodotto di largo consumo, anche le droghe sono cambiate e continuano a cambiare. Il mutamento è determinato soprattutto da tre fattori: la concorrenza all’interno del narcotraffico che porta all’immissione nel mercato nuovi tipi di sostanze a prezzi contenuti in grado di conquistare nuove fasce di consumatori. Poi i mutamenti sociali, in particolare in ambito giovanile, che determinano nuovi orientamenti, propensioni, stili di vita e di consumo, di cui l’uso di droghe diventa parte integrante.  Infine terzo fattore di cambiamento la crisi economica, che ha profondamente impoverito i baresi e reso lo spaccio al minuto un espediente per fare qualche soldo. La fidelizzazione alla cannabis (chi la consuma non vi associa l’assunzione di altre sostanze illegali) è stimata intorno all’80 per cento.

Ma quanto si guadagna una volta entrati nel giro a pieno regime? È possibile mantenere una famiglia.   La faccia nascosta del «miracolo barese» di chi riesce a battere la recessione inventandosi un modo per sbarcare il lunario e arrivare alla fine del mese si chiama lavoro nero al soldo della malavita. Alcuni esempi. Cento euro è il compenso minimo che i burattinai di questo traffico sono disposti a pagare ogni settimana a chi è disposto a gestire le «cupe», le tane, i nascondigli disseminati un po’ ovunque.. La retribuzione varia anche a seconda della consistenza del carico. Altre 100 euro rappresentanto l'ingaggio per le vedette, alle quali viene affidato l'incarico di allertare gli spacciatori all’arrivo della «madama». La determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi viene fissata in maniera diversa dalle famiglie di malavita che vestono i panni del datore di lavoro. Ognuno stabilisce onorari e liquidazioni che prevedono competenze specifiche e abilità manifeste.

Lo spaccio sotto il controllo dei clan ha le sue regole codificate e i suoi onorari tabellari. Lo stipendio settimanale per uno spacciatore che lavora nelle strade di Japigia, Carbonara, Libertà o Enziteto oscilla mediamente tra i 500 e gli 800 euro.
Se tutto va bene alla fine del mese un giovanotto senza troppi scrupoli e la voglia di fare soldi facili, «lavorando» di buona lena può mettere insieme tra i duemila e i tremila euro.

(fine prima parte - continua)

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