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Omicidio Capone

Gravina, ammazzato perche denunciò abusi: preso killer dopo 5 anni

La vittima aveva denunciato una serie di abusi dell'omicida su un terreno. Freddata con due colpi alla testa

Gravina, ammazzato perche denunciò abusi: preso killer dopo 5 anni

S'alza il siperio sull'omicidio di Pietro Capone avvenuto cinque anni fa a Gravina. Questa mattina, a Gravina in Puglia, i poliziotti della Squadra Mobile, unitamente agli agenti del locale Commissariato, hanno arrestato il presunto responsabile del delitto. Si tratta del 68enne Gaetano Scalese, ritenuto responsabile di omicidio aggravato e porto illegale di arma da fuoco, nei cui confonti è stata emessa una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del tribunale di Bari su richiesta del pm, Fabio Buquicchio.

Capone, la sera del 10 marzo 2014, fu ucciso con due colpi di pistola alle testa nei pressi della sua abitazione. Le indagini hanno consentito di ricostruire nei dettagli i movimenti della vittima e dell’omicida prima e dopo l’agguato; è stato accuratamente dimostrato, infatti, come la sera del 10 marzo del 2014 il killer, individuata la vittima, la seguì, con la propria autovettura, per le strade semideserte della cittadina della Murgia, l’ignara vittima, raggiungendola ed esplodendo due colpo di pistola a pochi metri dalla sua abitazione mentre rincasava.

Capone Pietro era da molti considerato un “paladino della legalità”, sempre impegnato nella lotta all’abusivismo edilizio, tanto che le sue numerose “battaglie”, contro amministratori pubblici ed imprenditori locali, gli erano costate  diverse denunce.

Ed è in tale ambito che si è consumato  il grave fatto di sangue; la vittima infatti aveva intrapreso una serie di iniziative giudiziarie, anche di natura privata, nei confronti di Scalese reo, secondo Capone, di aver realizzato alcune costruzioni in un terreno confinante con una proprietà proprio della famiglia Capone; l’omicidio ebbe luogo un mese prima dell’udienza penale promossa da Capone nei confronti dell’odierno arrestato.

I poliziotti della Squadra Mobile di Bari hanno arrestato a Gravina in Puglia un imprenditore 68nne, Gaetano Scalese, accusato di omicidio aggravato e porto illegale di arma da fuoco per l’uccisione di Pietro Capone che fu ucciso con due colpi di pistola alla testa la sera 10 marzo 2014 a Gravina. Il provvedimento cautelare, che in un primo momento era stato respinto dal gip, è stato emesso dal Tribunale che ha accolto il ricorso della Procura. Capone, che all’epoca aveva 49 anni ed era considerato un 'paladino della legalità' per l’impegnato nella lotta all’abusivismo edilizio, fu ucciso con un primo colpo alla nuca e un secondo che lo raggiunse quando era già per terra.

Le indagini coordinate dal pm Fabio Buquicchio, appurarono che il killer, individuata la vittima mentre rincasava, la seguì in auto per le strade semideserte della cittadina della Murgia, colpendolo a morte pochi metri prima di raggiungere l’abitazione. Le battaglie di Capone contro amministratori pubblici e imprenditori, gli erano costate diverse denunce, ma ne aveva anche fatte, di denunce, anche di natura privata e nei confronti di Scalese, che Capone accusava per alcune costruzioni in un terreno confinante con una proprietà della stessa famiglia Capone: l’omicidio venne compiuto un mese prima dell’udienza penale promossa da Capone nei confronti di Scalese, che era stato sospettato dell’omicidio sin da subito.

LE INDAGINI - Ci sono voluti tre anni di indagini, coordinate dal pm Fabio Buquicchio (cui se ne sono aggiunti altri due per ottenere l’arresto), per dare fondamento scientifico agli indizi a carico di Gaetano Scalese, arrestato oggi e da subito sospettato di essere l’uccisore di Pietro Capone, 'il paladino della giustizia'. Tre anni durante i quali sono state raccolte consulenze tecniche sull'auto, sui video, sui tempi di percorrenza a piedi dei vicoli di Gravina in cui è avvenuto il delitto.
La Procura aveva fatto la prima richiesta di arresto nell’aprile 2017 e aveva ottenuto dal gip Francesco Pellecchia un rigetto quasi un anno dopo, nel febbraio 2018. L’appello al Tribunale del Riesame è stato poi discusso a dicembre di quello stesso anno e accolto. Perché fosse esecutivo, però, il provvedimento doveva passare dalla Cassazione che nei giorni scorsi ha confermato la misura, oggi eseguita dalla Polizia. Dalle testimonianze raccolte durante le indagini, è emerso che già tre anni prima dell’uccisione di Capone, Scalese «giurò che gliel'avrebbe fatta pagare». Il conflitto tra i due, a botta di minacce, denunce e aggressioni fisiche, era cominciato nel 2010, a causa di un manufatto realizzato da Scalese che sconfinava su un terreno di proprietà di Capone. La vicenda, che di fatto aveva bloccato l’attività edilizia di Scalese, sarebbe approdata a processo il 5 maggio 2014, quasi due mesi dopo l'omicidio. Secondo l’accusa, il presunto omicida avrebbe anche tentato di appropriarsi dei video che ritraggono i momenti prima dell’omicidio, chiedendone copia ai commercianti proprietari degli impianti.

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