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I dati del report Agromafie e Caporalato condotto per il quarto anno consecutivo dall’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil: «Nella nostra regione il caporalato genera un business da 4,8 miliardi»

La Puglia dei braccianti sfruttati: 3 euro per un cassone da 370kg

BARI -  Sfiorano quota 430mila i lavoratori agricoli esposti, in Italia, al rischio di un ingaggio irregolare e sotto caporale; e di questi più di 132mila vivono in condizione di grave vulnerabilità sociale e di forte sofferenza occupazionale. Solo in agricoltura il tasso di irregolarità dei rapporti di lavoro è pari al 39%. Un business, quello del lavoro irregolare e del caporalato agricolo, pari a 4,8 miliardi di euro. E il contraccolpo lo sentono anche le casse dello stato, visto che l’altra faccia del lavoro nero un’evasione contributiva stimata in 1,8 miliardi di euro.

E’ il quadro che esce dal Rapporto Agromafie e Caporalato condotto per il quarto anno consecutivo dall’Osservatorio Placido Rizzotto Flai Cgil. Intitolato al sindacalista che fu rapito e ucciso da Cosa nostra nel 1948, a partire dal 2015 l'Osservatorio conduce un’approfondita analisi sul fenomeno del lavoro irregolare nelle campagne italiane sulla base di dati Istat, Crea, della Corte dei Conti, della Commissione Parlamentare Antimafia e anche sulla scorta di interviste.

Lo studio presentato quest’anno rileva che più di 300.000 lavoratori agricoli, ovvero quasi il 30% del totale, lavorano meno di 50 giornate l’anno. E proprio in questo bacino è presente molto lavoro irregolare/grigio. Su circa un milione di lavoratori agricoli, i migranti si confermano una risorsa fondamentale. Secondo i dati Inps nel 2017 sono stati registrati con contratto regolare in 286.940, circa il 28% del totale, di cui 151.706 comunitari (53%) e 135.234 provenienti da paesi non Ue (47%). Secondo il Crea i lavoratori stranieri in agricoltura, tra regolari e irregolari, sarebbero 405.000, di cui il 16,5% ha un rapporto di lavoro informale (67.000 unità) e il 38,7% ha una retribuzione non sindacale (157.000 unità).

Si tratta di lavoratori sottoposti a grave sfruttamento: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3/4 euro per un cassone da 375 chili; un salario inferiore di circa il 50% di quanto previsto dai contratto nazionale.

Non solo. I lavoratori sotto caporale devono pagare a questi ultimi il trasporto a seconda della distanza (mediamente 5 euro); beni di prima necessità (mediamente 1,5 euro l’acqua, 3 euro il panino, etc.).

L’orario medio va da 8 a 12 ore di lavoro al giorno. Le donne sotto caporale percepiscono un salario inferiore del 20% rispetto ai loro colleghi. Nei casi più gravi di sfruttamento analizzati, alcuni lavoratori migranti percepivano un salario di 1 euro l’ora.
Per quanto riguarda le aziende, il Rapporto, dalle informazioni acquisite, quantifica in 30.000 il numero di aziende che ricorrono all’intermediazione tramite caporale, circa il 25% del totale delle aziende del territorio nazionale che impiegano manodopera dipendente.

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