«Qui è tutta una guerra». Cinque parole dettate con il volto intriso di amarezza, incredulità, impotenza. Quella di Vincenzo Vivarini, tecnico del Bari, somiglia a una resa. Ma non lo è, per lo meno non è soltanto una resa. È un messaggio chiaro, inquietante, allarmante. Ed allo stesso tempo una denuncia pubblica di una situazione interna insostenibile. Chiariamoci: insostenibile non soltanto per l’allenatore abruzzese, ma per tutti quelli che al Bari tengono e che per il Bari soffrono, sorbendosi anche migliaia di chilometri. Si dice che i panni sporchi si debbano lavare negli spogliatoi, questa è la regola non scritta di un calcio reazionario. Questa volta, però, bene ha fatto Vivarini a render noto un quadro paradossale e grottesco fin dagli inizi, dalla scelta cioè di avere in organico due direttori sportivi, entrambi con ampi poteri decisionali sull’area tecnica al di là dei crismi ufficiali di «titolare» del ruolo e di vice. Un’opzione che rappresenta quanto di peggio possa essere pensato per portare avanti un progetto, sia in ambito sportivo che in ambito aziendale.
Siamo al tutti contro tutti, con Luigi De Laurentiis che riflette e il Bari che sprofonda in classifica. Logica conseguenza di una politica societaria mediocre-sullo-scarso-andante, di una proprietà mal sopportata dall’ambiente e che continua a considerare i gloriosi colori bianco e rosso alla stregua di un vagone da far sopravvivere e basta. Dimenticando il «regalo», anzi i regali ricevuti nel 2018 dall’amministrazione comunale (il club è costato 0, ricordiamolo sempre) e le promesse fatte e poi mai mantenute. Ma questo è un altro discorso, da approfondire.
Torniamo all’attualità. Il Bari è sul fondo (oggi sarebbe in Serie C). E c’è una crisi di rapporti ancora più pericolosa degli strafalcioni tecnici, tattici, organizzativi e di comunicazione ai quali siamo, purtroppo, da tempo abituati. Si va verso un altro ribaltone? Il che certificherebbe ulteriormente il fallimento del progetto e la necessità di restare aggrappati ancora una volta alla speranza. Di farcela, di evitare la retrocessione. Le parole di Vivarini prima e dopo la trasferta di Carrara, sono quelle di un uomo giunto all’epilogo, consapevole di andare a sbattere contro un muro qualsiasi cosa faccia o qualunque direzione prenda. No, così non si può lavorare, al di là dei limiti tattici e di scelte mostrate in corso d’opera. La sensazione è che il mister abbia detto la verità, il problema è che la guerra lascia morti sul campo e che il Bari rischia di lasciarci le penne. A proposito di tecnici. Una breve parentesi su Longo. Libero di esserci a Carrara, ma presenza inopportuna. Invitato? E da chi? Perché? Vivarini, quindi, già segato prima della sconfitta?
Questa squadra ha due «padri fondatori» e rispondono al nome di Giuseppe Magalini e Valerio di Cesare, ai quali vanno redistribuite in parti uguali le responsabilità di questo sfascio e della frase «qui è tutta una guerra». Fermo restando che al vertice della piramide c’è la famiglia De Laurentiis che continua a trattare Bari, il Bari e i baresi come figli di un dio minore. Inaccettabile. Non è così? Bene, lo dimostrino. Con i fatti. C’è solo il mercato (chi dovrebbe farlo?) per ammettere gli errori del passato e provare a ricominciare. Mercato serio. O si può sacrificare la serie B in nome della «sostenibilità»? Ma così messa male sta, la Filmauro?
In attesa del 2028, data che i tifosi biancorossi equiparano a una sorta di liberazione calcistica, è tutto. Anzi, quasi. Pare che un paio di due diligence abbiano preso vita. Una sarebbe stata assolta, l’altra in corso di svolgimento. Se sono rose fioriranno…
















