Nella storia di ogni club, c’è un momento in cui le scelte smettono di essere semplici decisioni sportive e diventano atti politici, culturali, persino identitari. Il Bari sembra averlo raggiunto. L’esonero di Vincenzo Vivarini, l’uscita di scena di Giuseppe Magalini, il ritorno di Moreno Longo e la promozione di Valerio Di Cesare a unico direttore sportivo non sono episodi scollegati, ma tessere di un mosaico confuso che racconta una società in affanno, silenziosa, ripiegata su se stessa mentre la classifica scivola verso zone sempre più pericolose.
Il campo, intanto, non aspetta. Con un mercato che stenta a decollare, una squadra fragile sotto il profilo tecnico e mentale e due sfide imminenti contro Cesena e Palermo che profumano di bivio. In questo scenario carico di tensioni, interrogativi e responsabilità, il confronto con Angelo Terracenere diventa necessario. Non per cercare alibi, ma per pretendere chiarezza.
L’addio simultaneo a Vivarini e Magalini sembra il segnale di una frattura profonda. Scelta inevitabile o fallimento di una programmazione mai realmente condivisa?
«È il fallimento di una programmazione fatta a vanvera. Perché non sono stati dati a Vivarini degli acquisti giusti al momento opportuno? Forse il mister non sarà riuscito ad imporsi con la società. Come mai va via Caserta e non si riprende Longo? Forse tra il tecnico torinese e qualche dirigente c’era qualcosa che non andava. Al suo posto, non avrei accettato questa seconda offerta, pur essendo ancora sotto contratto. Magalini ha tutte le colpe. Ma Di Cesare ci ha messo del suo. Un ds inesperto. Chi farà i nuovi acquisti adesso? E con quali soldi? Per portare calciatori bisognerà convincerli con contratti pesanti, soprattutto perché bisogna lottare per salvarsi».
Il ritorno di Moreno Longo ha il sapore dell’ultima chiamata. È una decisione di convinzione tecnica o una mossa dettata dall’emergenza e dalla paura della retrocessione?
«Di questo passo, sarà difficile salvarsi. A prescindere da Longo al quale saranno state date delle garanzie. Una situazione dolorosa che fa male a tutto l’ambiente».
La promozione di Valerio Di Cesare a unico direttore sportivo concentra molto potere in una sola figura. Crede sia l’inizio di una nuova linea oppure una soluzione tampone in assenza di alternative?
«Se fossi Di Cesare, andrei nello spogliatoio e sbatterei tutti contro il muro. Ma i giocatori li ha presi lui insieme a Magalini ed è normale che li difenda. In realtà, serviva un nuovo ds. Di Cesare è stato un ottimo calciatore. Ma come direttore sportivo, sta facendo solo danni. Non credo metterà bocca per l’acquisto di eventuali calciatori. Iniziare questa esperienza da Bari non gli è stato congeniale».
Capitolo mercato. Ad oggi appare immobile, quasi sospeso. Pensa che il Bari interverrà davvero per colmare le lacune evidenti della rosa o si navigherà a vista fino a giugno confidando solo nel cambio in panchina?
«Per migliorare la situazione bisogna comprare diversi giocatori. Non è facile. Se lo spogliatoio resta lo stesso, la vedo dura anche per Longo. Con urgenza, serviranno almeno quattro acquisti per rianimare una squadra che in venti partite non ha mai quasi tirato nella porta avversaria. Nella storia del Bari, non ho mai vista una squadra più brutta di quella attuale».
La società è silenziosa da settimane, senza spiegazioni pubbliche. Più che una strategia comunicativa, sembra il segno di una distanza sempre più marcata dalla città.
«Quando si perde, nei dopo partita non si presentano mai. Non sanno cosa dire dopo tutti gli errori commessi a ripetizione. Ad un certo punto, le scuse finiscono e non si ha la faccia per farsi vedere. Hanno fatto un disastro totale. A fine gara, mandano perfino in avanscoperta dei ragazzini come Mane».
La classifica è impietosa e racconta un Bari in piena zona pericolo. Chi deve assumersi la responsabilità sportiva e politica di questa situazione?
«I primi ad aver sbagliato sono i due direttori sportivi. Poi c’è la società che si è affidata a due allenatori poco competenti. Quindi, i calciatori che - restando questi - condurranno anche Longo verso il baratro. Ci metto la firma. Ci sono anche responsabilità politiche. L’uscita social del sindaco Leccese è tardiva. Non credo capisca di calcio, ma almeno dimostra di interessarsi».
Le prossime due gare contro Cesena e Palermo rischiano di indirizzare definitivamente la stagione. Che tipo di risposte si aspetta dalla squadra e da Longo in termini di atteggiamento prima ancora che di risultati?
«Si dice che quando si cambia allenatore ci sia una scossa. Con Vivarini non è successo. Spero che accada con Longo, a patto che gli mettano a disposizione materiale diverso. Rispetto ai due predecessori, almeno vedo Longo più preparato dal punto di vista tattico».
L’emorragia di tifosi al San Nicola è ormai evidente e dolorosa.
«La gente fa bene a non andare allo stadio. Non si sente più l’appartenenza della squadra con la città. Una lontananza che però sembra non tangere la famiglia De Laurentiis».
A giugno scade la concessione dello stadio San Nicola e incombe un nuovo bando comunale. Con quale credibilità la Ssc Bari si presenterà a questo appuntamento istituzionale in un quadro sportivo così fragile?
«Sarà doveroso stabilire delle spese per la gestione ordinaria dello stadio. Quindi, rivedere, i ricavi relativi agli introiti per concerti e attività extra calcistiche. Sinora, la Filmauro ha goduto di troppa libertà senza restituire nulla alla città. Col Bari ci hanno solo guadagnato. Spero che al prossimo bando non si presentino e che, invece, si affaccino altri soggetti. Magari del territorio. Come successo a Foggia. Mi auguro che qualcuno si faccia avanti. L’attuale proprietà ha umiliato la piazza e la tifoseria».
Guardando oltre l’emergenza attuale, esiste oggi un progetto vero per il futuro del Bari o la città deve prepararsi a vivere una lunga stagione di precarietà sportiva e gestionale?
«Se resta la Filmauro, temo un futuro di precarietà. Con tutto il bene che vogliamo al Bari, mi auguro la C ma con una nuova proprietà. Anche ricominciando da zero. L’attuale società deve allontanarsi perché ha dimostrato di non amare Bari».















