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Bari sempre più vicina al mercato della Cina con «Puglia for China»

La Cina ha sempre rappresentato per l’Occidente il mondo misterioso, fascinoso e a suo modo allettante, per i suoi costumi e le sue pratiche molto diverse dalla cultura occidentale. Quel mondo che sapeva di locali avvolti dal fumo, dall’odore dolciastro dei fumatori di oppio, dei mercati affollati e tumultuosi in ogni città e soprattutto, di navi e merci che instancabilmente approdavano nei porti cinesi, è ormai scomparso.

I romanzi di Pearl S. Buck sulla “Buona terra” dove regnavano le virtù familiari ed il rispetto degli vincoli comunitari, l’amore della terra e le ricorrenti carestie millenarie, non sono oggi molto popolari. La Cina è diventata oggi un Paese lanciato a velocità folle verso il mondo moderno, sapendo forse che deve recuperare il tempo perso della sua Storia. Il modello dei giovani cinesi è lo stile di vita occidentale che però deve fare i conti con la nuova realtà politica del Paese. Il trattato per la cessione di Hong Kong alla madrepatria con le sue clausole che dovevano rispettare l’economia locale e la sua autonomia rispetto a Pechino, sembravano essere l’inizio di un processo che avrebbe “aperto” finalmente la Cina al mondo, alla prosperità e ad una crescente democratizzazione.

Lo slogan di quegli anni “un Paese due sistemi” è sempre meno citato e soprattutto praticato dalla madre patria. Dopo il collasso sovietico del 1991, le aspettative riposte nel nuovo regime di Deng Xiaoping , che sosteneva la modernizzazione del Paese, avevano innescato in Occidente la teoria della “fine della Storia”. Francis Fukuyama , il celebre storico, teorizzò allora questa ipotesi che non ha poi trovato conferme successive. Le idee liberali che si sperava potessero riemergere dopo la sconfitta del comunismo in Russia e l’apertura al mercato cinese, sono invece sotto palese accusa proprio dai vecchi nemici dell’Occidente. Se possiamo azzardare una iniziale ipotesi, la Cina ha usato gli strumenti del sistema di mercato non tanto per la successiva liberalizzazione politica, ma per consolidare il suo settore economico che già negli anni 90 era già fiorente e ricercato dagli investitori esteri. La cartina di tornasole per questa analisi è proprio Hong Kong. A Pechino non interessa mantenere la vecchia “signora coloniale” nelle sue storiche forme economiche e sociali. La vuole rimodellare per farne sempre di più una città propriamente “cinese” . Per questo ha tagliato la percentuale degli eletti localmente dal 50% al 20% ed ha recentemente proposto che solo i cinesi “patrioti” potranno partecipare alla competizione elettorale.

PARTECIPAZIONE -  Sarà ovviamente Pechino che deciderà chi debba essere considerato “patriota”. Sempre di più l’autonomia di Hong Kong e la sua iniziale forma di partecipazione democratica viene conculcata. Il paradosso è che la Cina è molto più coinvolta per gli scambi con l’occidente, di quanto lo sia stata la Russia in passato. Si stima che la percentuale del commercio estero cinese con l’Occidente sia tre volte più grande di quella detenuta dalla Russia nel 1959.

Basti pensare che la produzione manifatturiera cinese rappresenta oggi il 22% di tutto l’export mondiale del settore. Il coinvolgimento cinese nel mondo è aumentato a vista nel campo delle attività minerarie, in quello della ricerca di terre rare, negli investimenti in Asia ed Africa per controllare il suo bisogno immenso di materie prime e nel campo degli aiuti economici a Paesi esteri, sui quali esercita successivamente una sorta di controllo politico ed economico. La Cina ha relazioni di export/import con 64 Nazioni contro i 38 degli Usa. La sua potenza economica si irradia sempre di più in Asia, in Africa e persino in Europa, ed il Paese è oggi anche un attore nel campo della conquista dello spazio e delle armi balistiche. Peraltro la Cina è di fatto il Paese che ha in portafoglio la più grande quantità di titoli di Stato americani ed è quello con il più elevato ammontare di riserve in valuta estera.

Il regime cinese crede di aver trovato il compromesso fra autocrazia e tecnologia, insieme a quello fra apertura esterna e controllo rigido e talvolta brutale all’interno verso le minoranze non ancora assimilate. La domanda diventa quindi inevitabile. Cosa deve fare l’Occidente per mantenere aperto il canale di apertura economica, che serve al benessere mondiale, senza apparire arrendevole? Le aperture dell’Occidente alla Cina sono state fatte proprio nella speranza che i rapporti commerciali ed economici avrebbero stimolato la cooperazione internazionale ed una futura integrazione politica del Paese con le democrazie liberali. Tutto il modo di pensare occidentale da Marco Polo in poi, è stato sempre stato quello di integrare in modo crescente, con il commercio, la Cina e l’Occidente. Oggi, il clima protezionista ed il crescente nazionalismo anche cinese, minaccia questa integrazione. Ma non possiamo nemmeno dimenticare che l’Occidente non significa solo economia e scambi, ma anche diritti individuali e rispetto del pluralismo. Avere su questi punti una visione ferma e non solo tattica della difesa dei nostri valori, ha vantaggi non trascurabili.

Da una parte non si incoraggerebbe la Cina a seguire i sentieri pericolosi del nazionalismo, sempre nascosto e sotterraneo per chi pensa ancora di essere “il centro del mondo” e dall’altra, si favorirebbero le attese degli stessi cinesi per avere anche loro un sistema di libertà e rappresentatività maggiore. Il compito non è affatto facile.

STORIA - Come sempre la Storia ha i suoi tempi e le sue evoluzioni, soprattutto quelle culturali e politiche, oggettivamente complesse soprattutto in una società che ha un grande passato ed un grande orgoglio. La cosa certa è che la sfida sarà dura per le due parti e richiederà grandi doti di pragmatismo e realismo.

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