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Vincitori e vinti nel mondo tra le campagne vaccinali

Vincitori e vinti nel mondo tra le campagne vaccinali

Una “cultura del fare” non si improvvisa, specie quando deve scontrarsi con ostacoli inenarrabili del settore pubblico. Della sanità pubblica. Ed è un paradosso che, in Paesi come gli Stati Uniti dove una sanità pubblica non esiste, si stia andando come un treno

07 Aprile 2021

Sergio Lorusso

La campagna vaccinale è diventata il cuore della battaglia al Covid-19 in tutto il mondo. Si è capito, infatti, che strumenti pur radicali come i lockdown, persino totali, non bastano a sradicare il virus malefico, sia per la non completa adesione da parte della popolazione – alcune volte un vero e proprio boicottaggio – che per il proliferare di varianti, difficili da debellare, che rendono assai più rapida la diffusione del virus stesso. Tuttavia, c’è campagna vaccinale e campagna vaccinale. Lo si sta dimostrando in queste settimane sull’intera superficie terrestre, con trionfi annunciati, obbiettivi realizzati e Stati che arrancano, spesso con promesse vane. Quali le ragioni?

Non si tratta di mera fortuna o del caso, ma di due approcci alla tematica differenti e per ceti versi antitetici, che vedono contrapposti, da un lato, i Paesi anglosassoni e dall’altro l’Europa, in primis Italia e Germania.
Vi è una differenza strutturale, che dà un vantaggio iniziale e per certi versi incolmabile. Stati Uniti e Inghilterra posseggono il carburante necessario, producono la materia prima, senza doversi rivolgere ad altri Stati: i vaccini necessari per portare a termine in tempi rapidi la campagna immunitaria. E così, Paesi (Usa e Gb), che inizialmente si erano contraddistinti per sottovalutare – se non negare – il Coronavirus, hanno scavalcato in corsa paesi come il nostro che, pure, è stato il primo in Occidente a cadere nella morsa del Covid-19.

La falsa partenza, insomma, è stata compensata sul rettilineo da una rimonta degna di Usain Bolt. Ma non è stato solo l’apporto delle Big Pharma a segnare lo stacco (quelle Big Pharma, sia detto per inciso, talvolta additate in Occidente a nemico pubblico numero uno da improbabili teorie complottiste piuttosto che tentare di emularne i risultati con appropriati investimenti nella ricerca che, oggi, avrebbero fatto comodo). È noto come una dissennata opera di contrattazione da parte dell’UE per acquisire i vaccini – i cui dettagli, inspiegabilmente, sono ancora secretati – ha consentito alle aziende farmaceutiche di disattendere gli impegni assunti, senza subire conseguenza alcuna. E i vaccini sono andati altrove.

E poi, last but not least, vi è la gestione disastrosa della campagna regionalizzata, con giorni infiniti passati a discutere su quali dovessero essere i soggetti autorizzati ad inoculare il vaccino ed in quali luoghi. Il pragmatismo americano e inglese, viceversa, ha consentito di superare le pastoie burocratiche nelle quali siamo i primi della classe. Negli Stati Uniti si vaccina dappertutto utilizzando, naturalmente, il personale ad hoc. Lo si si fa con un’organizzazione snella. E si individua – con ottime probabilità di riuscita – il 4 luglio, l’Independence Day, come deadline dell’operazione immunità.

Due modelli di società, insomma, si confrontano, in un duello virtuale dall’esito scontato.
Sta di fatto che i numeri sono impietosi. La nostra campagna vaccinale, nella più rosea delle ipotesi, dovrebbe concludersi entro settembre. Ma è solo un’eventualità, che dovrà fare i conti con l’importazione della materia prima finora discontinua e inferiore alle attese. Neanche la sostituzione di Arcuri con Figliuolo sembra aver sortito gli effetti sperati, ma non per responsabilità individuali quanto piuttosto per la macchinosità – e la frammentazione regionale – degli iter che traducono le decisioni dei vertici in azioni concrete.

Si continua a dibattere, ormai da settimane, delle priorità nella somministrazione, dei furbetti del vaccino, delle categorie ingiustamente privilegiate, quando sarebbe stato molto più semplice adottare ab initio – ancora una volta il modello americano – un metodo assai semplice e lineare procedendo, dopo aver dato spazio alle persone “fragili” individuate facendo riferimento a precise patologie, per fasce di età. E invece no.
Certo, una “cultura del fare” non si improvvisa, specie quando deve scontrarsi con ostacoli inenarrabili del settore pubblico. Della sanità pubblica. Ed è un paradosso che, in Paesi come gli Stati Uniti dove una sanità pubblica non esiste, si stia andando come un treno. Freccia Rossa vs. Treno regionale (per l’appunto). Ma in questo caso l’interesse nazionale ha prevalso. Da noi le incrostazioni di una macchina che spesso alimenta sé stessa bloccano tutto, rendono improba un’impresa complessa ma non impossibile, con un tributo di vite umane e un danno sempre maggiore all’economia.
Constatazione amara ma realistica.

I lacci dell’UE hanno prodotto danni che sono sotto gli occhi tutti. E mentre il Vecchio Continente si lecca le ferite, Joe Biden – proprio ieri – annuncia che entro il 17 aprile tutti i cittadini americani saranno liberamente vaccinabili e la CNN informa che gli Stati Uniti stanno vaccinando ad un ritmo cinque volte superiore alla media mondiale.
Rien ne va plus.

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