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Di sicuro il Covid è doppiamente ingiusto. Oltre a colpire la salute di alcuni, alleggerisce il portafogli di altri

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Di sicuro il Covid è doppiamente ingiusto. Oltre a colpire la salute di alcuni, alleggerisce il portafogli di altri. Non tutti, in verità, subiscono dal virus pesanti ritorsioni sulle proprie finanze personali, come succede a chi perde il lavoro o a chi deve chiudere o rallentare la propria attività imprenditoriale.

C’è chi, ad esempio i dipendenti pubblici, non solo non riceve alcun taglio in busta paga, ma di fatto, grazie allo smart working, ossia alla prestazione ex remoto, può risparmiare molte spese extra: su abbigliamento, trasporti, carburante, parcheggio eccetera. Per non includere nel conto il tempo guadagnato, quello sottratto al traffico stradale o allo spostamento ferroviario. Insomma, il telelavoro imposto dal virus si è tradotto e si traduce per molti dipendenti pubblici in una sorta di aumento (indiretto) dello stipendio contrattuale.

Del tutto opposta la fotografia in larghe fasce del settore privato, il più massacrato dalla pandemia. Qui non si contano dipendenti e imprenditori in difficoltà, se non sul lastrico. E per fortuna, qualcosa si è fatto per alleviare le loro sofferenze economiche. Ma la prospettiva, per chi lavora nelle imprese private colpite da chiusure o semi-chiusure, è tutt’altro che esaltante.

Un Paese solidale dovrebbe affrontare questa profonda disparità di ripercussioni tra settore pubblico e settore privato, chiedendo al primo cerchio un atto di generosità nei confronti del secondo, anche perché - come già visto - gli addetti pubblici hanno visto aumentare le loro entrate mensili. Per dire: una una tantum pagata dai dipendenti pubblici a beneficio dei dipendenti privati non sarebbe una misura espropriativa, sarebbe solo una misura di soccorso, senza particolari traumi per i soccorritori, a beneficio dei più sfortunati. Sarebbe una decisione in linea con l’obiettivo di combattere le disuguaglianze, obiettivo sbandierato in tutte le ore del giorno, spesso anche da chi, invece, fa di tutto per allargare le distanze sociali, confondendo le soluzioni e sovvertendo le analisi. Sarebbe una mossa - il contributo di solidarietà dal settore pubblico (garantito) al settore privato (non garantito) - che darebbe un po’ di sollievo alle stremate finanze statali, su cui è rivolto ovviamente lo sguardo severo dei nostri partner europei. Ci rendiamo conto, però, che difficilmente una proposta del genere potrebbe essere presa in considerazione. Per ragioni facilmente comprensibili: politiche, elettorali, coroporative, mediatiche e via elencando. Sottinteso (da parte degli indifferenti): meglio riappacificarsi con la propria coscienza sbraitando contro le disuguaglianze in rialzo, che cercare di affrontare la questione sociale partendo da cifre e dati obiettivi, e sperando di approdare a soluzioni realistiche, ragionevoli e compatibili.

A proposito di disuguaglianze. Si scrive e si legge che esse siano in continua ripresa, come i rossoneri del Milan: lo dimostrano o lo dimostrerebbero i patrimoni (in crescita pazzesca) dei Paperoni del Pianeta e della Penisola, oggi assai più ricchi dei ricchi di una volta. Può essere, anche se altre classifiche, pubblicate in altre circostanze, informano che l’attuale uomo più ricco del mondo (Jeff Bezos) rimarrebbe comunque sei volte meno ricco del mitico John Davison Rockfeller (1839-1937) o dell’altrettanto leggendario Andrew Carnegie (1835-1919), i Re Mida di poco più di un secolo fa. E che figura farebbe Bezos rispetto agli stratosferici tesori dei Rothschild, dei Medici di Firenze , del pratese Francesco Datini (1335-1410)? Lasciamo stare. Anche se può sembrare una tesi singolare o eccentrica, gli è che, numeri alla mano, le disuguaglianze del passato fossero di gran lunga più pesanti e accentuate rispetto alle attuali. Con l’aggravante che molte disuguaglianze dell’età feudale, perlomeno fino all’avvento della rivoluzione industriale, duravano pressoché a tempo indeterminato ed erano (fatto davvero odioso, inaccettabile) fissate per nascita, per eredità, al di fuori di qualunque criterio meritocratico.

Che vogliamo fare? Davvero vogliamo rimpiangere il bel tempo andato, solo perché certa cultura snob tuttora non concepisce neppure l’idea del bottegaio arricchito, cioè di una conquista chiamata mobilità sociale?
Si dice. Però anche in Italia le disuguaglianze aumentano, basta dare un’occhiata alle graduatorie dei magnati nostrani. Certo che aumentano, ma forse per i motivi opposti a quelli indicati da chi denuncia l’aggravamento del fenomeno.

Intanto, bisognerebbe rilevare che quasi nessuno dei dieci italiani più ricchi di oggi faceva parte della top ten di 30 anni fa, e forse neanche di 20 o di 10 anni fa. Segno che, nonostante le ingessature di uno Stato semi-corporativo, l’ascensore sociale non ha mai smesso di funzionare, sia in salita sia in discesa. Il che dovrebbe confortare alquanto.

E comunque. Se l’ascensore sociale non funziona come dovrebbe, la responsabilità va ricercata nelle politiche degli ultimi decenni, politiche che hanno falcidiato i redditi da lavoro e salvaguardato, invece, le rendite e le eredità per grazia ricevuta. Logico che, di questo passo, l’ascensore prima o poi sia destinato a fermarsi del tutto, congelando la situazione e, in prospettiva, ripristinando l’ancien regime: ricchi e poveri di nuovo decisi alla nascita.

Però, a sfogliare parecchie dichiarazioni sulle misure di contenimento di povertà e disuguaglianze, ci sarebbe da temere ancora: si mirerebbe a colpire chi lavora e chi incrementa i propri introiti in modo produttivo, onesto e trasparente; e a tutelare, invece, chi si nutre di rendite e chi si nasconde dietro l’evasione fiscale. Salvo poi marciare, ipocritamente, contro le ingiustizie e le disparità sociali, e invocando nuovi interventi, sempre di questo tenore (a danno dei più intraprendenti).
Belle idee di solidarietà vanno in giro. Altro che contributo perequativo da parte dei più privilegiati a beneficio dei più sfigati.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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