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Referendum e riduzione parlamentari: ridotta la quantità aumentiamo la qualità

Attenzione alla rappresentatività nel Meridione

referendum costituzionale

Di fronte al responso popolare del referendum sul taglio dei parlamentari, più che di “correttivi” sarebbe meglio parlare di “contrappesi”: quelli che, a proposito di separazione dei poteri, la cultura politica anglosassone chiama “checks and balances”. Nel nostro caso, si tratta piuttosto di bilanciare gli effetti del Sì espresso a larga maggioranza dai cittadini, in modo da evitare che si riduca la rappresentanza soprattutto nelle regioni meridionali.

Ridotta la quantità dei deputati e dei senatori, ora bisogna cercare innanzitutto di aumentare la loro qualità. Come? In che modo? Con quali strumenti?

Un grande meridionalista come il pugliese Gaetano Salvemini diceva ai suoi tempi che “la classe politica è per il 10% migliore, per il 10% peggiore e per l’80% uguale al Paese che rappresenta”. Forse oggi queste percentuali andrebbero modificate e aggiornate, visto il decadimento generale dei nostri rappresentanti. Ma siamo pur sempre noi a sceglierli, seppure attraverso meccanismi e procedure discutibili, spesso secondo in base a logiche clientelari.

Ora il primo tema all’ordine del giorno è la riforma elettorale, la madre di tutte le leggi che è anche la più odiata dagli italiani, su cui la maggioranza di governo avrebbe raggiunto un accordo di massima per ripristinare il sistema proporzionale, con uno sbarramento al 3 o al 5%. E qualcuno invoca anche il ritorno alle preferenze, per consentire agli elettori di scegliere gli eletti in modo da selezionare la classe dirigente e non avere più un Parlamento di “nominati” dalle segreterie dei partiti. È necessario in primo luogo ridisegnare i collegi elettorali, in base al numero degli abitanti, per evitare che alcune regioni – tra cui la Puglia e la Basilicata – possano perde seggi e rappresentanti a causa del calo demografico.

Qui è sempre attuale la “lezione” di un politologo illuminato come Giovanni Sartori, il quale sosteneva giustamente che non esiste una legge elettorale valida in ogni Paese per tutti i tempi. La scelta di un sistema o di un altro dipende dalle condizioni e dagli obiettivi. E lo stesso Sartori avvertiva che la stabilità e la governabilità, fine ultimo di una legge elettorale, possono essere raggiunte sia con il sistema proporzionale sia con quello maggioritario.

Nell’attuale situazione italiana, con il declino elettorale del Movimento 5 Stelle e quindi con l’esaurimento dell’assetto tripolare, un prevedibile ritorno al bipolarismo fra centrodestra e centrosinistra richiederebbe un maggioritario corretto (per esempio, modello Mattarellum) o magari un sistema uninominale a doppio turno, in modo che l’elettorato possa scegliere effettivamente collegio per collegio da chi vuol essere rappresentato. Ma tutto lascia pensare che gli equilibri politici inducano a una riesumazione del proporzionale, con tutte le incognite e i rischi d’instabilità che comporta, anche se sarebbe quantomai auspicabile un confronto parlamentare e magari un’intesa con l’opposizione. Quanto alle preferenze, sarà opportuno ricordare che furono abolite proprio per eliminare il clientelismo e la corruzione, con la compravendita dei voti e il “mercato delle vacche”.

Si vogliono ridurre ora anche gli stipendi dei parlamentari? Questo forse può servire a contenere o scoraggiare gli appetiti, le ambizioni, le pretese dei candidati. Ma non è detto che giovi ad accrescerne il loro livello intellettuale o di preparazione. Anzi, al contrario potrebbe anche contribuire ad abbassare la qualità, alimentando rigurgiti di populismo e demagogia.
Un discorso a parte merita, invece, la piaga del trasformismo parlamentare. Escludiamo l’abolizione dell’articolo 67 della Costituzione che esclude il “vincolo di mandato”: ne sarebbero lese l’autonomia e la libertà di coscienza del singolo deputato o senatore. Per contrastare il fenomeno dei voltagabbana, quelli che cambiano casacca nel corso della legislatura, c’è un solo sistema. È il recall election, come dicono gli inglesi: cioè un referendum tra gli elettori del collegio che hanno votato il parlamentare trasformista e che vengono chiamati ad approvare o meno il suo passaggio a un altro partito. In tal modo, il mandato può essere rinnovato o di fatto revocato.

Nel cantiere aperto delle riforme, c’è naturalmente quella del bicameralismo cosiddetto perfetto che in realtà più imperfetto non potrebbe essere. Sarebbe opportuno differenziare finalmente le competenze e le funzioni delle due Camere, come prevedeva il referendum di Matteo Renzi nel 2016, eliminando così la duplicazione della loro attività e il rimpallo fra le rispettive aule e commissioni. A una Camera dovrebbero essere riservate la legislazione nazionale e la fiducia al governo; all’altra, eletta su base regionale, potrebbe essere rimesso il contenzioso fra Stato e Regioni sulle materie d’interesse nazionale, come la sanità o l’ambiente, per evitare i conflitti a cui abbiamo assistito anche nel pieno dell’epidemia da coronavirus.

Un altro “contrappeso” che sarebbe molto utile per garantire la stabilità e la governabilità è quello della cosiddetta “sfiducia costruttiva”. L’istituto, introdotto nel dopoguerra in alcuni Paesi come la Germania, la Spagna, il Belgio o la Polonia, impedisce al Parlamento di sfiduciare un governo se non concede la fiducia a un nuovo esecutivo. E nel frattempo, il primo rimane in carica finché non si forma quello successivo.
Le proposte e le soluzioni, come si vede, non mancano. E non sempre è necessaria un riforma costituzionale, a volte basterebbe riformare i regolamenti parlamentari. È sufficiente, insomma, quella che comunemente si chiama “volontà politica”, sia da parte della maggioranza sia da parte dell’opposizione. Ma anch’essa dipende dalla qualità dei rappresentanti che abbiamo eletto e allora torniamo all’aforisma iniziale di Salvemini che chiama in causa direttamente la responsabilità di ciascuno di noi.

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