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Camere sfollate occasioni mancate

La rivisitazione di tutta questa materia di rango costituzionale poteva essere affrontata in concomitanza con la discussione sulla riduzione del numero dei parlamentari

Se lo sciopero della famescredita il Parlamento

Tra meno di due mesi (il 29 marzo) gli italiani saranno chiamati alle urne per confermare o meno il taglio dei parlamentari approvato lo scorso ottobre. In seguito alla richiesta di 71 senatori, infatti, sarà un referendum a esprimere l’ultima parola su una riforma costituzionale, che ha rappresentato un punto fermo, insieme con il reddito di cittadinanza, del programma di governo dei Cinque Stelle. Le previsioni della vigilia assicurano che per il provvedimento, presentato come un necessario intervento anti-Casta, non ci saranno problemi di ratifica popolare e che, di conseguenza i senatori passeranno dagli attuali 315 ai futuri 200 e i deputati dagli attuali 630 ai futuri 400. Risparmio previsto: 100 milioni l’anno.

Chi ha caldeggiato il taglio dei parlamentari nel segno della battaglia contro la nomenklatura, ha messo e metterà in risalto, nell’imminente campagna elettorale prefereferendaria, il beneficio che ne deriverà, in termini di minori uscite, per le casse dello Stato. Chi ha manifestato e manifesterà contrarietà alla riforma, metterà in evidenza l’esiguità del risparmio (rispetto alla stratosferica somma generale della spesa pubblica) e il rischio mortificazione della rappresentatività popolare. Per il partito trasversale degli scettici e dei contrari, quando si comincia a mettere in discussione il principio che la democrazia comporta costi oggettivi, si sa da dove si parte, ma non si sa dove si arriva.

Ora. Che lo Stato italiano sia più obeso di altri Stati occidentali è fuori discussione. Che l’intero apparato pubblico necessiti di una cura dimagrante che lo faccia stare meglio e, soprattutto, lo renda più scattante a beneficio di tutti i cittadini, è altrettanto palese. Ma, obiettivamente, il grosso delle spese e degli sprechi non si annida tra le due Camere, semmai nella fittissima foresta di enti, aziende, costruzioni barocche e privilegi indicibili che fanno capo a Stato centrale, Regioni ed enti locali. Per non dire di quelle imprese pubbliche, o meglio di quella mentalità dirigistica, il cui ritorno in grande stile sul palcoscenico economico viene invocato minuto per minuto senza avvertire la minima preoccupazione per gli alti costi (anche in termini di immoralità gestionale) che la ri-irizzazione del sistema imprenditoriale nazionale determinerebbe. Ma, si sa, come vanno le cose in politica. Le misure di bandiera, ad alto impatto mediatico, risultano assai più efficaci, sul piano della comunicazione e della redditività politica, di quelle di sostanza.

Ciò detto, veniamo al punto. La riduzione del numero dei parlamentari è in ogni caso una rilevante riforma della Costituzione. Epperò si poteva cogliere l’occasione per riprendere la matassa della riforma complessiva del dettato costituzionale, com’era negli auspici anche di coloro che avversarono e affondarono nel dicembre 2016 il referendum sulla revisione della Carta fondamentale varata su iniziativa del governo Renzi. Tutti giurarono alla vigilia di quella consultazione popolare che anche in caso di bocciatura del testo renziano il cammino di riforma del processo decisionale avrebbe dovuto proseguire senza interruzioni.

Sappiamo come è andata. Bocciato il referendum, che di fatto si tradusse in un referendum sull’allora presidente del Consiglio più che sul pacchetto di modifiche oggetto della valutazione popolare, addio propositi di ritocchi della Costituzione, addio interventi di correzione del biparlamentarismo perfetto, addio misure chiarificatrici sui poteri di Stato e Regioni onde evitare sovrapposizioni, confusioni e sperperi infiniti, oltre che rallentamenti di opere pubbliche e intraprese legislative.

Dicevamo che la potatura dei rami parlamentari avrebbe potuto costituire un’occasione propizia per ridiscutere dell’intera disciplina costituzionale, così come auspicato quattro anni addietro durante l’infuocata battaglia tra il fronte del sì e il fronte del no al testo Renzi-Boschi. Invece, nulla.

Eppure, nel pieno della continua discussione sulle regole del voto, la questione dei ritocchi costituzionali non avrebbe fatto la figura dei cavoli a merenda. Anzi. Sarebbe stato un piatto compatibile col menù sotto esame.

Sì, perché i veri effetti sulla stabilità o instabilità politica di solito attribuiti ai sistemi elettorali, in realtà dipendono dalle norme costituzionali. Un primo ministro all’inglese, dotato di poteri effettivi di indirizzo e di decisione, anziché di esclusivo coordinamento dell’attività ministeriale, non ha bisogno del sistema maggioritario o del proporzionale con sbarramento per contare di più. E così un governo protetto, indirettamente, dallo scudo della sfiducia costruttiva (non si manda via un esecutivo se non c’è un altro pronto a sostituirlo) non ha bisogno di un modello elettorale particolarmente favorevole (fosse pure il maggioritario secco) per garantirsi la propria solidità di legislatura. E così una compagine ministeriale aiutata nella dialettica parlamentare dall’inemendabilità della legge di bilancio (quest’ultima foriera di mille imboscate e di dolorosi mal di pancia tra assalti e contrassalti alla diligenza delle risorse) è assai più tranquilla rispetto a uno schieramento che si affidasse solo a una legge elettorale piuttosto conveniente. Non foss’altro perché le leggi elettorali finiscono sempre per beffare, già nel primo test nell’urna, i loro autori e ispiratori originari.

Ecco. La rivisitazione di tutta questa materia di rango costituzionale poteva essere affrontata in concomitanza con la discussione sulla riduzione del numero dei parlamentari, ossia molto prima del referendum sin programma a fine marzo. Si è preferito, invece, girare la testa dall’altro lato e gettare il pallone in calcio d’angolo. Un’altra opportunità mancata. Peccato davvero.

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